ANNO 16 n° 275
Gli asportarono
mezzo polmone
per cancro che non aveva
14/04/2012 - 12:21

VITERBO - Gli asportarono il lobo inferiore del polmone destro, dove gli era stata diagnosticata una ''neoplasia polmonare destra al lobo superiore''. Un cancro che, come scoprirà più tardi, non aveva. I successivi accertamenti, infatti, rivelarono che aveva contratto la tubercolosi. Quindi, non solo la diagnosi era sbagliata, ma anche la porzione di polmone asportata. Ora, a 13 anni di distanza dall'errore, Domenico Bellatreccia, 60 anni, piccolo imprenditore edile residente a Tarquinia ha avuto, in parte, giustizia.

All'origine dell'errore, come hanno spiegato il diretto interessato e il suo legale, l'avvocato Andrea Danti, in una conferenza stampa, ''ci fu uno scambio di vetrini dell'esame istologico, avvenuto nell'ospedale di Grosseto'', dove Bellatreccia si era sottoposto ad accertamenti.

La seconda sezione civile del Tribunale di Roma ha emesso una sentenza che condanna due Asl, quella di Grosseto, e l'azienda sanitaria San Camillo–Forlanini di Roma, e il medico che gli asportò mezzo polmone, per di piu' sbagliando il lobo, a risarcirgli i danni: 80mila euro, più altri 20mila per le spese legali nonché tutti i costi delle le varie perizie disposte nel tempo dai giudici che si sono occupati del caso.

''La nostra battaglia – hanno detto ancora l'uomo e il suo avvocato – prosegue perche' riteniamo l'indennizzo irrisorio rispetto al danno subito e perchè ci sono altre responsabilità da accertare''.

''La sentenza – ha spiegato l'avvocato Danti – individua tre i profili di illiceità: lo scambio di vetri avvenuto a Grosseto; la totale omissione di ulteriori accertamenti clinici da parte del San Camillo di Roma prima di eseguire l'asportazione del lobo inferiore del polmone, mentre la diagnosi, seppur sbagliata, indicava la presenza del cancro in quella superiore; la mancanza del consenso informato da parte del paziente, in quanto quella che ha sottoscritto si riferiva a una diagnosi errata''.

Bellatreccia, invece, ha posto l’accento sull’altra vittima del caso di malasanità. ''Chissà – si è chiesto che fine ha fatto il paziente davvero malato di carcinoma al polmone al quale, a causa dello scambio di vetrini, è stata diagnosticata la tubercolosi? Speriamo – ha aggiunto –, che non abbia subito conseguenze ancora più gravi delle mie''.

I FATTI - La vicenda inizia il 14 gennaio 1999, quando Bellatreccia, già operato per una neoplasia allo stomaco, si reca nell’ospedale di Grosseto per eseguire un accertamento periodico. La diagnosi è gravissima: ''neoplasia polmonare destra del lobo superiore''. E gli prescritto un intervento immediato.

L'uomo, d'accordo con la famiglia, decide di farsi operare da un luminare, il professor Massimo Martelli, del San Camillo-Forlanini. Il 22 febbraio successivo e sul letto operatorio e gli viene asportato il lobo inferiore del polmone e non, come avrebbe dovuto essere, quello superiore.

Al momento delle dimissioni non viene prescritta alcuna cura post-tumorale. Lui si insospettisce, chiede chiarimenti e gli spiegano che in realtà non aveva alcun carcinoma al polmone ma un focolaio di tubercolosi.

Inizia così una lunga battaglia giudiziaria, durante il quale, il tribunale di Roma, su richiesta del suo legale, dispone l’esame del profilo del Dna del campione istologico. E' così che i Ris scoprirono che il vetrino apparteneva a un altro profilo genetico.

Da qui la sentenza della seconda sezione del tribunale di Roma che condannato le due aziende sanitarie e il professor Martelli, in parti uguali, a risarcire il danni a Bellatreccia.

''Ma non ci accontentiamo – ha concluso l’avvocato Danti -, vogliamo fare luce anche sul comportamento dei consulenti tecnici d'ufficio che, in varie occasioni, con motivazioni evidentemente infondate, hanno scritto che non vi erano colpe o errori da perseguire. Per prima cosa segnaleremo il loro comportamento ai rispettivi ordini professionali. Poi valuteremo se ci sono margini per intraprendere azioni legali a loro carico''.

Bellatreccia, infine, ha ricordato che dopo l’intervento ha dovuto chiudere la sua azienda edile. ''E ora – ha sottolineato – sono costretto a vivere con una pensione di poche centinaia di euro''.

 






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