ANNO 16 n° 272
Giallo di Gradoli,
''Non ci arrendiamo,
andremo al terzo grado''
Parla l’avvocato Valentini
22/07/2012 - 04:00

di Eva Kant

VITERBO – “Non ci arrendiamo e andremo al terzo grado di giudizio”. Lo aveva annunciato subito, a caldo, che nemmeno la sentenza di secondo grado lo avrebbe fermato. E, oggi, lette le motivazioni, l’avvocato Enrico Valentini ne è convinto più che mai. Perché, scorrendo quelle centoquindici pagine di cui è composta la documentazione, è rimasto piuttosto meravigliato. (Se non sconcertato).

A poco meno di un mese dalla lettura del dispositivo, sono state depositate giovedì scorso le motivazioni della sentenza emessa il 21 giugno scorso; la stessa con cui la Corte d’assise d’appello del giudice Mario Lucio D’Andria ha confermato la condanna al carcere a vita nei confronti di Paolo Esposito, comminando otto anni all’amante-cognata Ala Ceoban per favoreggiamento. “Confermo, e con maggior forza, quanto ho già avuto modo di dichiarare: rispetto la sentenza, ma non la condivido e la ritengo traballante”.

Alla luce della ricostruzione dei fatti svolta durante i due gradi di giudizio, infatti, i conti sembrano tornare mica tanto. Quelle centoquindici pagine firmate dal presidente D’Andria e dal giudice a latere Giancarlo De Cataldo raccontano il giallo di Gradoli per intero: dalla misteriosa scomparsa della moldava 36enne Tatiana Ceoban e della figlia 13 Elena (avvenuta il 30 maggio 2009), fino all’arresto degli amanti diabolici (Esposito finì in carcere il 1° luglio ed Ala il 5 agosto dello stesso anno), passando per le 27 tracce ematiche rinvenute nella villetta di Cannicelle, e per il materiale pedopornografico trovato nel computer dell’elettricista gradolese.

C’è tutto; compresi diversi passaggi che cozzano con le motivazioni della sentenza di primo grado. E che, anzi, la ribaltano per quanto riguarda il ruolo di Ala nella presunta uccisione di sorella e nipote. “Non corrisponde al vero affermare che le due sentenze sono allineate, tutt’altro”, ha detto Valentini in riferimento a qualche articolo apparso sulla stampa locale. “Dalle motivazioni – ha spiegato - si evince chiaramente che le due ricostruzioni dei fatti sono completamente diverse l’una d’altra. Per quanto non la approvi, quella di primo grado presupponeva la logica della premeditazione, aggravante che viene a mancare nella ricostruzione della Corte d’appello”. Che, infatti, definisce il delitto “d’impeto”, stravolgendo la dinamica dell’evento delittuoso. “Secondo l’assunto accusatorio della Corte viterbese, Esposito ed Ala si erano sbarazzati di Tania per coronare il loro sogno d’amore e, solo in un secondo momento, avevano ucciso Elena; per i giudici capitolini, invece, è l’esatto contrario”.

Esposito, colto da “un’esplosione di collera…indotta da un litigio” con la figliastra Elena, l’avrebbe uccisa. A quel punto, non avendo “altra scelta se non quella di sopprimere anche Tatiana – scrivono i giudici di Roma - la attende in casa e, dunque, la uccide”. Quindi “sicuro dell’aiuto di Ala” le avrebbe chiesto di raggiungerlo per nascondere i cadaveri. “Adesso più che mai sono certo che il ribaltamento della sentenza di primo grado fornisca ampi margini per il ricorso in Cassazione”. Che dovrà essere presentato dall’avvocato entro il 30 ottobre prossimo. A quell’epoca, forse, Valentini potrebbe avere già un asso nella manica.

“A giorni arriveranno a Cannicelle i consulenti del collegio difensivo Luciano Garofano e Giorgio Portera (mentre il primo non ha bisogno di essere presentato, il secondo è conosciuto per essersi occupato del caso Claps, ndr). Per la prima volta, finalmente, potranno ispezionare l’abitazione di Esposito”. Nonostante il pool difensivo lo abbia richiesto più d’una volta in sede di dibattimento, infatti, i periti della difesa non hanno mai avuto accesso al presunto luogo della mattanza.

 

 

 






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