

di Alessia Serangeli
VITERBO – “Rifiuta ogni tipo di cura. Ha smesso di mangiare e di bere. La decisione ci è stata comunicata oggi (ieri per i lettori, ndr) da lui stesso”. A parlare è l’avvocato Enrico Valentini e il riferimento è a Paolo Esposito, l’elettricista di Gradoli condannato dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma al carcere a vita per il delitto della convivente Tatiana Ceoban e della figlia adolescente Elena, nata da una precedente relazione della moldava nel suo paese d’origine.
Il motivo per cui Esposito ha intrapreso lo sciopero della fame e della sete è lo stesso di tre anni e mezzo fa, quando in sole tre settimane era arrivato a perdere venticinque chili ed era stato costretto a ricorrere alle cure mediche: il divieto di vedere la figlia Erika, la bambina nata dalla relazione con Tania.
La piccola, che tra pochi giorni compirà dieci anni, vive a Bologna, città in cui abita la nonna materna Elena Nekifor. “Sta bene ed è serena. E’ brava a scuola e fa sport”, così ci era stato raccontato qualche mese fa dall’avvocato Claudia Polacchi, rappresentante legale della bambina. “Vede la nonna materna quasi ogni giorno – aveva aggiunto – mentre una volta al mese fa visita al padre in carcere e ai nonni Maria ed Enrico”. Adesso non più.
“Paolo Esposito non potrà vedere la figlia mai più perché da Bologna hanno fatto sapere che le visite in carcere causano traumi alla bambina”, ha spiegato l’avvocato Valentini, esprimendo tutta la sua contrarietà, così come aveva fatto nell’estate del 2009, dopo la revoca della patria potestà sulla bambina da parte dello stesso tribunale di Roma.
“Sicuramente – ha detto Valentini – io e il collega Mario Rosati non staremo con le mani in mano, perché siamo convinti che non sia giusto togliere ad un padre e ad una figlia il diritto di vedersi almeno una volta ogni mese. Per Paolo – ha concluso l’avvocato - la visita della sua bambina costituisce l’unica ragione che gli dà la forza di andare avanti in carcere, dove è rinchiuso da quasi quattro anni da innocente. E questo ci tengo a ricordarlo”.
Valentini e Rosati, che hanno fatto ricorso in Cassazione contro la condanna all’ergastolo inflitta dalla Corte d’Assise d’Appello capitolina, aspettano di conoscere l’udienza davanti alla Suprema Corte.