

VITERBO – La biblioteca Anselmo Anselmi di Viterbo riconquista la ribalta della cronaca nazionale: dopo essere approdata sulle pagine de Il Sole 24 Ore, con un articolo a firma del direttore Roberto Napoletano, la settimana scorsa è stata la volta del Corriere della Sera. A dedicargli un ''pezzo'' nell'inserto Style è stato Ernesto Galli Della Loggia, una delle firme più prestigiose del quotidiano milanese.
Dopo aver tessuto le lodi della biblioteca viterbese, ''dalla gradevole accoglienza dei locali alla ricchezza del patrimonio librario, alla quantità delle iniziative collaterali '' e aver fatto cenno alle difficoltà del presidente del Consorzio, Paolo Pelliccia, che definisce ''in gran parte artefice di questo piccolo miracolo”, Galli Della Loggia fa un ragionamento che tutti coloro, in primo luogo i politici, che ritengono e quindi trattano la biblioteca come la Cenerentola dello scassatissimo e bislacco apparato culturale viterbese dovrebbero mandare a memoria, come si faceva da scolari con le poesie e, soprattutto, dovrebbero far proprio il ragionamento dello storico.
In sintesi, Galli Della Logia afferma che ci sono luoghi, come le biblioteche, i musei, gli scavi archeologici, i teatri e via dicendo andrebbero ''sottratti alla democrazia''.
''La volontà della maggioranza – scrive – non sempre è la ricetta migliore. Come per biblioteche e musei, la cui esistenza non risponde a un vantaggio economico, ma identitario''. E aggiunge: ''Una classe politica degna di questo nome, deve comportarsi di conseguenza: a un posto di responsabilità va ad esempio promosso chi è più bravo e non chi è amico del partito al potere...”.
Di seguito, il testo integrale dell'articolo di Galli Della Logia, il cui titolo la dice lunga sul contenuto: ''Cultura: Non serve democrazia''.
Poche settimane fa ho visitato un luogo abbastanza eccezionale: eccezionale beninteso in senso positivo, specie se si pensa allo spettacolo che di solito offre in questo campo il nostro Paese. E anche il fatto che ora io ne sia a scrivere qui, su Style, non è affatto abituale. I giornali e chi vi collabora infatti, come si sa, preferiscono occuparsi delle cose che non vanno anziché di quelle che vanno, dei delitti anziché delle buone azioni. Ma ogni tanto è giusto fare un’eccezione.
Il luogo di cui sto parlando è una biblioteca: la biblioteca comunale di Viterbo. Non sto a descrivere le qualità – dalla gradevole accoglienza dei locali alla ricchezza del patrimonio librario, alla quantità delle iniziative collaterali – né le difficoltà che il suo direttore, in gran parte artefice di questo piccolo miracolo, ha finora incontrato con le autorità cittadine (ma con la nuova giunta pare che le cose stiano cambiando).
Difficoltà che, come si sa, in questo campo sono una costante: non ascoltiamo forse ogni giorno di musei, di siti archeologici, di beni culturali di ogni tipo che lamentano la mancanza di fondi, la scarsa cura e la disattenzione di questo o quel ministero, di questa o quella regione o comune? I politici di tutti i partiti sanno bene, infatti, che i soldi spesi per queste cose non portano voti, che gli elettori sono perlopiù interessati ad altro.
Ecco allora che la visita a una biblioteca – così come quella a qualunque altro luogo di analogo o anche maggiore rilievo culturale – può servirci a riflettere su un problema decisivo della democrazia. Al fatto cioè che questa è un sistema di governo che può funzionare senza effetti distruttivi solo a patto, però, che alcune aree sociali siano sottratte alle regole della democrazia stessa. Solo a patto che ci siano cioè degli ambiti in cui non valgano né il principio della volontà della maggioranza né quello del vantaggio per il maggior numero. Nei quali dunque siano applicati altri principi, altre regole: ad esempio quelle dell’etica, del merito, dell’obbligo della preservazione della storia e dell’identità collettiva. Una classe politica degna di questo nome deve comportarsi di conseguenza: a un posto di responsabilità va ad esempio promosso chi è più bravo e non chi è più amico del partito al potere, le persone in difficoltà meritano di essere aiutate anche se il loro voto è ininfluente, e una biblioteca o museo vanno finanziati nonostante che il numero di coloro che li frequentano possa essere relativamente piccolo. Vi sono cose che servono a una comunità anche se a prima vista non sembra. Come appunto una bella biblioteca come quella di Viterbo: la lettura di uno dei suoi tanti libri può in modo imprevedibile innescare una vocazione, indirizzare un destino, fa maturare una coscienza. La sua sola esistenza, non sottoposta alla regola dell’interesse – simile in questo a tutti i luoghi culturali -, è poi un segno visibile di diversità, serve a mantenere viva l’idea dell’alternativa rispetto al panorama sociale circostante, sempre più dominato, all’opposto, dai criteri della pura convenienza materiale.
E infine una biblioteca – come un museo, come un antico edificio romano, come un palazzo del Rinascimento – è il deposito elettivo del ricordo, rappresenta la memoria sociale di una comunità, il suo più profondo connotato identitario. Perdendosi il quale anche tutto il resto, alla fine si perde e muore.