ANNO 16 n° 273
Frode milionaria
alle assicurazioni,
8 arresti e 17 indagati
16/04/2013 - 11:24

di Alessia Serangeli

VITERBO – Si chiama “Ghost Truck” (camion fantasma) perché i componenti del sodalizio criminale facevano sparire mezzi pesanti per poi denunciarne il furto e incassare il premio dalle assicurazioni. Un affaire che, secondo il sostituto titolare del fascicolo, dottoressa Paola Conti, ammonta ad almeno 2 milioni e mezzo di euro.

L’operazione, condotta dai poliziotti della Squadra mobile e dai finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria, ha permesso di stroncare l’attività criminosa dell’organizzazione consolidata e ramificata su tutto il territorio nazionale e non solo, visto che il gioco sporco si concludeva a Malta.

Le indagini. Sono iniziate un paio di anni fa da due inchieste diverse. Ad indagare sulla prima gli uomini del capo della Mobile Fabio Zampaglione; a lavorare sulla seconda i finanzieri facenti capo al maggiore Marco Pioli. A coordinarle entrambe il pm Conti che, avuto contezza di come a ruotare intorno ai due filoni di indagine fossero gli stessi individui, aprì un unico fascicolo.

“Mi preme sottolineare come l’attività di indagine sia stata sì supportata da intercettazioni telefoniche ed ambientali, ma soprattutto da tecniche investigative classiche”, ha spiegato durante la conferenza stampa di questa mattina la dottoressa Conti, riferendosi, in particolare, ai numerosi appostamenti delle forze di polizia. “Numerosi spostamenti di mezzi da movimento terra, dalla fase di noleggio a quella di trasferimento all’estero – ha aggiunto - sono stati monitorati e ricostruiti attraverso filmati e fotografie eseguiti in loco”.

L’apparato logistico-operativo. Un’organizzazione criminale in piena regola, con la cupola e gli affiliati. A capo c’erano Giovanni Guarneri e Giuseppe Di Giovanni: loro, temuti perché vicini agli ambienti della ‘Ndrangheta calabrese, impartivano gli ordini. Il compito di eseguirli agli scagnozzi dislocati in varie regioni italiane. Nel Viterbese c’erano i fratelli Francesco e Domenico Nucera, proprietari di una cava in quel di Graffignano; in Sicilia operavano invece i fratelli Maurizio e Giuseppe Coco; infine c’erano Vincenzo Franzè e Gianluca Segoni che si muovevano soprattutto su Roma. Gli interessi del sodalizio, però, arrivavano anche in Umbria, Toscana, Piemonte, Lombardia e Calabria. “Si tratta di soggetti pericolosi, con un background criminale di un certo peso”, ha sottolineato il colonnello Alfonso Amaturo, comandante provinciale delle Fiamme gialle.

Il modus operandi del sodalizio. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il meccanismo di frode è stato pianificato e attuato seguendo tre fasi principali: l’individuazione dei mezzi pesanti da occultare (del valore di 200-300mila euro ciascuno); il trasporto; la predisposizione di false denunce di furto con successiva richiesta di risarcimento alla società assicuratrice. Un giochino ormai collaudatissimo.

“Nella prima fase i mezzi oggetto di frode venivano reperiti attraverso società riconducibili al sodalizio e operanti nel settore delle infrastrutture e dei trasporti”, ha spiegato il maggiore Pioli. Queste, presso concessionarie sparse sul territorio nazionale “provvedevano al noleggio di macchine operatrici per il movimento terra che non erano dotate di codici o numeri seriali di riconoscimento perché non iscritte in pubblici registri”.

Quindi, “le persone di volta in volta incaricate dai boss Guarneri e Di Giovanni producevano false certificazioni di lavoro per attestare che le macchine noleggiate erano impegnate nello svolgimento di lavori all’interno di cantieri precedentemente individuati”.

“Nella fase successiva – ha proseguito Zampaglione - i vertici dell’organizzazione, mediante l’intervento di società di trasporto ad essi riconducibili e di autisti di fiducia, provvedevano al trasporto su strada dei mezzi presso alcuni porti nazionali con destinazione Sicilia per farli sparire dal territorio dello Stato, potendo contare su appoggi logistici a Malta”.

A sparizione avvenuta – e siamo alla fase numero tre - veniva denunciato il furto delle macchine operatrici, ormai fuori dall’Italia.

Il blitz. “Pianificato nei minimi dettagli”, ha detto il capo della Mobile complimentandosi con i suoi uomini e con i colleghi della finanza. L’ora x è scattata alle ore 3 e, sei minuti più tardi, tutti gli otto indagati avevano le manette ai polsi. All’operazione hanno preso parte anche le forze dell’ordine di Siracusa, Novara, Perugia, Pisa e Roma. Tutte brillantemente coordinate da Viterbo.

Oltre agli arrestati, diciassette persone sono state denunciate a piede libero. Per tutti i reati contestati a vario titolo sono: associazione per delinquere, simulazione di reato, falso in atti, utilizzo di atti falsi, truffa e appropriazione indebita.

Gli sviluppi. Ci saranno sicuramente. Ad affermarlo il colonnello Amaturo. “Sulla scorta del materiale rinvenuto durante le perquisizioni odierne (sedici in totale, ndr) – ha detto – l’attività di indagine non può certamente dirsi conclusa”. Anzi. “Potrebbero esserci risvolti a breve”. Giusto il tempo di supervisionare la copiosa documentazione sequestrata, già sulle scrivanie degli inquirenti.

 

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