ANNO 16 n° 274
Frode fiscale milionaria, rinviati a giudizio cinque imprenditori viterbesi
Sono proprietari di noti autosaloni
22/04/2011 - 04:00

“… perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro, davano luogo ad un meccanismo fraudolento finalizzato ad evadere l’Iva…”.

Questo, in estrema sintesi, il quadro accusatorio – supportato da perquisizioni, sequestri e intercettazioni telefoniche risalenti agli anni 2005-2006 – formulato dal sostituto procuratore Franco Pacifici che, nel maggio del 2008, aveva chiesto il rinvio a giudizio di sei gestori di noti autosaloni viterbesi per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale.

L’Inchiesta. La vicenda risale al febbraio di quattro anni fa, quando un’indagine brillantemente condotta dal Nucleo di polizia tributaria della Fiamme gialle viterbesi portò alla luce una maxi frode fiscale da ben 110 milioni di euro (!!!).

I numeri dell’inchiesta lasciarono a bocca aperta: nove le società coinvolte, sei gli imprenditori arrestati e altrettante le persone denunciate. Ma a lasciare a bocca aperta furono anche i nomi dei personaggi coinvolti, e cioè: i due fratelli viterbesi (difesi dall’avvocato Marco Sabatini); Elio Marchetti della Centroauto srl (assistito da Francesco La Cava del Foro di Isernia); Gianfranco Rossetti (l’avvocato è Anna Orecchioni di Roma) e Davide Lorenzetti (difeso dall’avvocato Sergio Buzzi), rappresentanti legali della Promoracing srl e della Protech srl; e Giorgio Consalvi (legali: Mara Mencherini e Pier Paolo Grazini) per la Car Store srl.

Le cifre. Quei 110 milioni sarebbero, in realtà, molti meno. Gli avvocati Buzzi e Sabatini, in particolare, ritengono che si tratti di numeri spropositati. Da successivi accertamenti, infatti, pare che l’imponibile complessivo della truffa non arrivi a 15 milioni (non che siano pochi, ma per arrivare alla somma di partenza ce ne vuole).

La “frode a carosello”. Nell’ambito del procedimento giudiziario a loro carico, i sei imputati sono accusati di aver costituito società fantasma, gestite da prestanome, che acquistavano formalmente e solo su carta le auto all’estero senza pagare l’Iva. Com’era possibile? Semplice: le società avevano vita breve, giusto il tempo di completare l’affaire. E il danno all’Erario dello Stato era stato praticamente il doppio perché, oltre al mancato versamento dell'Iva dovuta da parte delle società cartiere, non aveva incamerato nemmeno l’imposta dei concessionari, non versata a monte dalla società fittizia.

Il rinvio a giudizio. Durante l’udienza dell’11 aprile scorso, il giudice per le indagini preliminari del tribunale viterbese, Salvatore Fanti, ha rinviato a giudizio tutti gli imputati, accogliendo la richiesta del pm Pacifici. Ad eccezione di Rossetti, nel frattempo deceduto, i due fratelli viterbesi, Marchetti, Lorenzetti e Consalvi dovranno comparire in aula il 20 settembre prossimo.

Margot






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