

Dr. Giontella, Viterbo è una delle città simbolo dell’agroalimentare laziale. Perché innanzitutto si è candidato e proprio con il sindaco Marini?
Con Marini c’è un’amicizia personale da almeno vent’anni. Conobbi Marini al tempo della sua Presidenza della Provincia per chiedere supporto sociale alle istituzioni sull’imminente chiusura della Coop Alto Lazio di Viterbo. Fu l’unica istituzione che ascoltò gli allora amministratori e dirigenti della Cooperativa; la Regione ( Badaloni ) ed il Comune furono pressoché assenti. Da lì nacque la fiducia. Altro motivo è che penso possa essere utile il mio bagaglio professionale in alcuni settori strategici dell’amministrazione comunale come il territorio ed attività produttive, agricoltura, personale, l’ambiente, la sicurezza, la polizia municipale.
Quali sono le peculiarità produttive dei nostri territori?
“Innanzitutto la marcata proiezione delle imprese locali per il lattiero-caseario , per la viticoltura, coltura del frumento, produzioni orticole, coltura dell’olivo filiera della castagna e la filiera corilicola. Ci sono anche aziende dedicate alla produzione di carni fresche e per il biologico. Ad essi si affiancano alcune imprese, caratterizzate comunque da buoni livelli di efficienza .L’amministrazione comunale dovrebbe con un assessorato ad hoc creare propensione all’investimento ed allo sviluppo di numerosi rapporti a “rete”, ovvero di operare all’interno di dipartimenti produttivi, fortemente connotati dal punto di vista comunale, ad elevata specializzazione ed in grado di supplire in molti casi, ai limiti strutturali che caratterizzano diverse imprese. Questi dipartimenti rappresenterebbero, quindi, una peculiarità della nostra struttura produttiva; abbiamo necessità di pensare alla specializzazione caratterizzandoci per lo sviluppo di piccole e medie imprese collegate direttamente al settore agricolo ed alimentare – impiantistica per la trasformazione dei prodotti, packaging, meccanizzazione agricola, servizi di marketing – orientate all’export ed in grado di competere sui mercati globali grazie ad una grande attenzione all’innovazione ed alla qualità. Altro tratto distintivo della nostra realtà è rappresentato dal rilevante peso economico dei prodotti di qualità fortemente legati al territorio, alla sua storia ed alla cultura materiale della nostra gente. La città di Viterbo dovrebbe promuovere progetti di denominazioni Dop e Igp riconosciute a livello comunitario; prodotti noti ed apprezzati potrebbero consentire di sviluppare un rilevante volume di affari e contribuire a promuovere l’immagine del “Made in Viterbo ” a livello nazionale. Tra i nostri punti di forza, è opportuno citare anche che l’organizzazione del comparto agricolo viterbese è anche la presenza capillare di associazioni di produttori e di realtà cooperative fortemente radicate sul territorio che nel corso degli anni hanno svolto un ruolo significativo per la crescita imprenditoriale degli associati grazie alla fornitura di una vasta gamma di servizi, in particolare nel settore dell’assistenza tecnica, ed alla messa in campo di strumenti concreti per la valorizzazione delle produzioni– in grado di supplire, in molti casi, ai limiti connessi ad una dimensione aziendale non ancora ottimale. Non da meno è stato l’apporto tecnico in questi anni dell’Associazione allevatori viterbese sullo svolgimento dei controlli delle attitudini produttive e dei controlli funzionali, sulla tenuta dei Libri Genealogici e dei Registri Anagrafici, sull’assistenza tecnica alle aziende zootecniche, la gestione informatizzata dei dati del sistema allevatori, il coordinamento della rete di laboratori nazionali, alle azioni mirate al benessere animale e sicurezza alimentare, valorizzazione del prodotto italiano al 100%.
Quali sono i problemi prioritari per un’impresa agricola viterbese?
“Innanzitutto la cronica bassa redditività. Le cause sono molteplici. Una parte del reddito viene eroso dai maggiori costi italiani riguardanti l’energia, i carburanti, il prelievo fiscale, gli oneri burocratici; un’altra quota dal diseguale rapporto negoziale con i soggetti non agricoli della filiera e con i fornitori di servizi e mezzi tecnici; un’altra quota infine dalla incapacità del settore primario di governare in modo coordinato ed efficace, salvo lodevoli eccezioni, l’offerta rispetto alla domanda; una domanda che per la maggior parte è concentrata in pochi gruppi d’acquisto alla scala nazionale ed internazionale. La mancanza di una analoga dimensione dell’offerta, di sedi di contrattazione commerciale uniche, di organismi interprofessionali effettivamente operativi, di accordi e di contratti di produzione nazionali o interregionali, di obblighi alla contrattazione tra le parti, di aggregazioni di produttori per la commercializzazione in esclusiva, abbassano notevolmente le capacità negoziali della parte agricola frammentata, nonché la quota di valore finale del prodotto ad essi spettante”.
Viterbo cosa può fare per affrontare il problema agricoltura?
Una cosa su tutte, creare un incentivo finanziario all’aggregazione delle imprese agricole e a collaborazioni di filiera paritarie e stabili nel tempo tra agricoltori e industria di trasformazione. Finanziare in collaborazione con la Regione Lazio e la Comunità Europea progetti di filiera per investimento complessivi con contributo pubblico coinvolgendo imprese ed operatori economici. Vorrei ricordare e concludo che al tempo potevano essere fatti sforzi maggiori per la Cooperativa Alto Lazio al fine di salvare una struttura che dava lavoro a circa 50 persone più tutto l’indotto di società collegate e 120 soci allevatori. Energie locali con investimento di privati con il supporto di istituti bancari. Ci sono molte realtà cooperative provinciali a livello nazionali che hanno passato crisi ma che sono tutt’ora presenti sul territorio e valorizzano la materia prima dandone valore aggiunto all’allevatore o all’agricoltore locale, danno lavoro a persone e giovani del territorio, creano un net-work con la distribuzione ed il consumatore tale da innescare un ciclo economico redditizio. Pensare ad una azienda che valorizzi i beni primari della nostra terra con una società mista partecipata tra privati (in maggioranza) e pubblico (ovviamente minoranza) potrebbe essere una via per rilanciare l’agricoltura locale viterbese e porre le basi per una sfida di filiera verso il futuro.