

Se ne parla sempre di più, spesso solo per i chili persi. Ma sui farmaci agonisti del recettore GLP-1, la famiglia di cui fa parte semaglutide, la medicina sta allargando lo sguardo a cuore e reni, e soprattutto a ciò che accade dopo la fine della terapia. A fine agosto la Società europea di cardiologia (ESC) e l'Associazione renale europea (ERA) hanno pubblicato le prime linee guida dedicate al legame tra malattie del cuore e malattia renale cronica; a fine settembre il congresso europeo sul diabete (EASD), a Milano, ha presentato nuovi dati. Il tutto a un anno dalla legge n. 149/2025, con cui il 3 ottobre 2025 l'Italia è diventata il primo paese al mondo a riconoscere l'obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante.
Dagli studi emergono tre punti fermi, commentati da Roberta Zelaschi, medico specialista in scienza dell'alimentazione e dietologa di Serenis Nutrizione.
1. Non è un via libera per tutti
La raccomandazione su semaglutide riguarda chi ha insieme diabete di tipo 2, malattia renale cronica e albuminuria, cioè una perdita di albumina con le urine che segnala un danno ai reni: per queste persone il farmaco è indicato insieme a finerenone, per rallentare il peggioramento dei reni e ridurre il rischio cardiovascolare. Le linee guida considerano i farmaci GLP-1 anche per chi ha malattia renale cronica, obesità e scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata, una forma in cui il cuore si contrae normalmente ma è più rigido e fatica a riempirsi di sangue.
Il documento si apre però con un consiglio che riguarda molte più persone: a chi riceve una nuova diagnosi di malattia cardiovascolare viene raccomandato di controllare anche i reni con un esame del sangue (eGFR, che stima quanto bene filtrano) e uno delle urine (uACR, che misura quanta albumina si perde). Secondo la Società europea di cardiologia, in Europa circa 100 milioni di persone hanno una malattia renale cronica, con un rischio cardiovascolare più alto.
Le prove alla base sono solide. Nello studio FLOW, su 3.533 persone con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica, semaglutide 1 mg a settimana ha ridotto del 24% il rischio di un peggioramento serio dei reni e del 18% quello di infarto non fatale, ictus non fatale o morte cardiovascolare. Nello studio SELECT, su oltre 17.600 persone con sovrappeso o obesità e malattia cardiovascolare senza diabete, semaglutide 2,4 mg ha ridotto del 20% infarti, ictus e morti cardiovascolari, e in un'analisi successiva del 22% gli esiti renali. Nello studio OASIS 4, la versione in compressa da 25 mg ha portato in 64 settimane a un calo medio del peso del 13,6%, contro il 2,2% del placebo, e del 16,6% tra chi ha seguito la terapia come previsto, secondo i dati dell'azienda promotrice.
E i profili indicati sono meno rari di quanto sembri. Secondo una revisione pubblicata su Kidney International, l'obesità quasi raddoppia il rischio di malattia renale; nei paesi industrializzati circa il 25% dei casi nelle donne e il 14% negli uomini sarebbe legato a sovrappeso e obesità. La maggior parte delle persone con scompenso a frazione di eiezione preservata vive con un peso in eccesso, e nello studio STEP-HFpEF semaglutide 2,4 mg ha migliorato sintomi e capacità di esercizio. Lo studio SMART ha infine registrato, in persone con obesità e malattia renale senza diabete, una riduzione del 52% della perdita di albumina in 24 settimane: un primo segnale, da confermare con studi più lunghi.
2. Sicurezza e muscoli: due attenzioni da non perdere
Sul pancreas arriva un dato rassicurante. Uno studio sui registri sanitari di Danimarca, Svezia e Norvegia (registro EMA, EU PAS 37258), presentato a Milano, non ha trovato tra le persone con diabete di tipo 2 un rischio più alto di tumore al pancreas in chi aveva iniziato semaglutide rispetto ad altri farmaci per il diabete. «Il dato è rassicurante, ma va interpretato con prudenza: è un primo dato osservazionale, che dovrà essere confermato da studi con un periodo di osservazione più lungo», commenta Zelaschi. «Per chi è già in terapia, non è un motivo per sospendere o modificare il farmaco senza parlarne con il medico». «In assenza di sintomi suggestivi o di un rischio familiare particolare, non si raccomandano controlli specifici a livello pancreatico (amilasi e lipasi) solo perché si assume un analogo del GLP-1», aggiunge; è invece opportuno rivolgersi al medico in caso di dolori addominali persistenti o intensi, dolore che si irradia alla schiena, ittero, febbre o vomito.
La seconda attenzione riguarda la composizione del peso perso. In un'analisi dello studio STEP 1, su 140 persone con obesità trattate con semaglutide 2,4 mg, dopo 68 settimane il peso era sceso in media del 15%: la massa grassa del 19,3%, il grasso viscerale del 27,4%, la massa magra del 9,7%. Circa il 40% dei chili persi era quindi massa magra, anche se la sua quota sul peso totale è salita di 3 punti e comprende acqua, organi, ossa e tessuto connettivo, non solo muscoli. «È un segnale da monitorare», osserva la dietologa, che invita a evitare porzioni troppo ridotte, pasti saltati e poche proteine, soprattutto negli anziani e nelle persone fragili o sedentarie. «Nella pratica clinica, vale la pena monitorare non solo il peso, ma anche la composizione corporea mediante bioimpedenziometria».
3. Lo stop va preparato per tempo
È il punto più delicato. Nell'estensione dello studio STEP 1, 327 persone sono state seguite per un anno dopo la fine della terapia con semaglutide 2,4 mg: il calo medio del 17,3% si è ridotto al 5,6%, con circa due terzi del peso perso recuperato, e anche pressione e glicemia sono tornate verso i valori di partenza. In quello studio, però, insieme al farmaco si interrompeva anche il programma sullo stile di vita.
Riprendere peso non è una questione di forza di volontà: dopo un dimagrimento il corpo attiva meccanismi biologici che spingono a recuperare i chili persi. L'accompagnamento cambia però la traiettoria. In uno studio danese pubblicato su eClinicalMedicine, chi aveva unito la liraglutide, un altro GLP-1, a un programma di esercizio seguito da professionisti ha mantenuto i risultati un anno dopo la fine della terapia, a differenza di chi aveva preso solo il farmaco. Una meta-analisi su Obesity Reviews stima inoltre che il supporto continuativo aiuti a conservare in media 3,2 kg in più nei circa 17 mesi successivi.
Serve quindi un professionista con cui restare in contatto nel tempo, prima che il peso torni e non solo dopo: è l'idea alla base di un percorso per la gestione del peso come quello di Serenis Nutrizione, che accompagna la persona anche oltre la terapia.
«Il rischio di recupero ponderale si può ridurre, ma non è possibile garantire che non accada», spiega Zelaschi. «La sospensione della terapia farmacologica va concordata con il medico e preparata con una fase di cura a sé: piano alimentare e di attività fisica sostenibile, controlli programmati e criteri chiari per chiedere aiuto». Non esiste una riduzione graduale della dose dimostrata come capace di prevenire il ritorno del peso, né una soglia valida per tutti. Meglio concordare in anticipo un valore personale e contattare il professionista se il peso sale in modo progressivo, se tornano fame intensa e poca sazietà, se le abitudini diventano più difficili da mantenere, se l'attività fisica cala o se peggiorano glicemia e pressione. «Un rialzo isolato sulla bilancia non basta a valutare una ricaduta».
Cosa fare già durante la terapia
Nel 2025 quattro società scientifiche statunitensi (American College of Lifestyle Medicine, American Society for Nutrition, Obesity Medicine Association e The Obesity Society) hanno pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition otto priorità nutrizionali per chi assume un farmaco GLP-1, tra cui una valutazione dell'alimentazione all'inizio della cura, proteine adeguate insieme all'allenamento di forza, prevenzione delle carenze di vitamine e minerali e un accompagnamento prima, durante e dopo il dimagrimento. Zelaschi consiglia di curare l'apporto di proteine «distribuendo le fonti durante i vari pasti nell'arco della giornata, scegliendo alimenti graditi e pratici tra cui pesce, uova, carni magre, legumi e latticini», con eventuali supplementi a base di aminoacidi se non si copre il fabbisogno, e di praticare «esercizi di forza con regolarità, semplici e progressivi, adattati alla propria condizione e alle proprie capacità fisiche, eventualmente sotto la guida di un professionista».
Trattare l'obesità come malattia cronica, conclude la dietologa, «significa non considerare la sospensione della terapia farmacologica come la fine della cura»: vuol dire guardare a tutta la persona, dalla funzione fisica al benessere psicologico, e «predisporre un programma di mantenimento e follow-up anche se il farmaco viene interrotto».
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