

C'è una busta di plastica da supermercato, che non copre per intero la macchia, più scura dell'asfalto. E Manuel si ferma lì, davanti al sangue di Maurizio Alletto, l'amico suo, a pregare, masticando una Marlboro spenta.
Via Tranfo, civico 131, San Basilio, casermoni popolari Ater grigi e pieni di sbarre alle finestre, quasi tutti occupati abusivamente: bordi di periferia assassina nella Roma che rotola addosso al nuovo sindaco Marino. Abbassa il capoccione rasato fino alle tempie, Manuel, nasconde occhi e lucciconi dietro lenti da sole enormi, dalle stanghette gialle. E dice: «Grande laziale!», adagiando con delicatezza un mazzo di rose biancocelesti contro il muro, dove l'altro ieri pomeriggio Maurizio gli è spirato tra le braccia. «Io so' romanista, stavo nell'altra curva, ma lui era 'n fratello. Dovevamo andare a Sharm assieme, in vacanza. Invece è arrivato quello, quel matto».
Quello è l'assassino, Luciano Coppi, 59 anni, vigilante della Città di Roma in malattia per una spalla lussata. Girava con la Glock di servizio pure da malato, ha sparato in testa a Maurizio, spegnendo con un solo proiettile i suoi 31 anni, il lavoro alla concessionaria d'auto qui dietro, quindici anni d'amore e una fresca convivenza con Stefania, il batticuore per l'ultima coppa Italia e i cori con gli Ultrà Lazio, che adesso scrivono per lui sui muri del quartiere « Maurizio presente», aggiungendoci le solite maledette svastiche. « Non scordiamo le tue gesta». Chissà quali.
La storia è semplice e orrenda. Ci sono due padri e due figli, e un'idea fetida dell'onore coltivata in certi avamposti perduti della città che nascondiamo sotto il tappeto finché non riemergono a revolverate e coltellate. Dunque, alle quattro di mercoledì pomeriggio, Moreno Coppi, diciott'anni appena compiuti, un paio di denunce per piccolo spaccio e un po' di riformatorio addosso (ma tutti giurano «gran bravo ragazzo, smarrito dopo la morte della mamma un anno fa») se la prende con Francesco Alletto, il papà di Maurizio, che l'ha sfiorato con la macchina, pare. Sarebbe un niente. Qua i pischelli fanno i coatti al primo taglio di barba, per sentirsi maschi. Invece si mettono in mezzo gli amici, tocca fare i duri più duri, partono insulti («a vecchio, che sei cieco?»), vola un ceffone. Francesco fila via, umiliato, ma ancora potrebbe finire lì. Invece le voci corrono, in questo quadrilatero dell'Ater che è l'assurda periferia orientale della borgata, sessantamila anime e 180 spacciatori agli arresti domiciliari contro appena sedici carabinieri, dove di notte comandano le vedette di quattro bande di trafficanti e le retate cicliche degli uomini in divisa punteggiano una lotta spesso eroica e quasi sempre senza mezzi. «Noi li pigliamo. Ma il paradosso della detenzione domiciliare consiste nel fatto che gli spacciatori vengono costretti a stare esattamente nel posto dove hanno sempre spacciato: a casa loro», sussurra un investigatore esperto ed esasperato.
Insomma, lo sfondo è questo. Per questa lite come per altre cento. Ed ecco dunque che, mercoledì pomeriggio, verso le cinque, sulla scena spunta pure Maurizio, il figlio di Francesco, e fronteggia Moreno, il figlio di Luciano: «Sei tu che hai imbruttito mio padre?». Da qui in poi, è tutto da stabilire, deciderà il pm. Di certo Coppi padre è reo confesso, la borgata lo voleva linciare, in cinquanta hanno assalito carabinieri, poliziotti e barellieri dell'ambulanza («arrivata tardi», accusano; il 118 nega): qui ci si fa giustizia da soli, «' ste cose nun se regolano co' li sbirri».
Manuel è testimone oculare, ovviamente di parte. Mormora: «Quello voleva sparare ancora, dopo Maurizio ha mirato su un altro di noi, strillava 'vi ammazzo tutti, non v'avvicinate!', ha premuto il grilletto ma la pistola ha fatto cilecca, poteva fa' 'na strage. Poi se n'è andato a bersi due grappe al bar, come niente fosse». In realtà poliziotti e carabinieri sono andati ad arrestarselo a casa sua e, in tenuta anti-sommossa, hanno dovuto salvarlo dalla furia popolare. Dicono che difendesse il figlio, preso a coltellate da Maurizio. Del coltello non c'è traccia, e Manuel quasi strilla: «Macché coltello e coltello! Maurizio aveva afferrato una bottiglia rotta, sì, ma poi l'ha mollata, gli ha sbattuto la testa contro lo spigolo». Non c'è traccia nemmeno di vetri. Di sicuro Moreno ha uno squarcio in faccia di almeno venti centimetri: «arma da taglio», ha detto il medico legale. Ma quali che siano le motivazioni, le attenuanti o le aggravanti di questa pazzia, la borgata viene riconsegnata al copione Far West, trito e ciclico. Qui quarant'anni fa partivano le paranze dei rapinatori, i coatti avevano codici di ingaggio chiari. « Mo' nun se capisce gniente , non sai di chi devi avere paura», sospira la cassiera del bar Fashion, 25 anni, due figlie e due occupazioni abusive: «Alemanno lo odio, mi ha buttato fuori di casa per metterci due sudamericani... e io ho rioccupato un'altra casa, tiè».
Che dietro le occupazioni ci sia il racket è un non detto abbastanza ovvio. Si sente aria di mafia calabrese, ma certi pusher vanno a Scampia a rifornirsi. Il clima da conflitto permanente altera il metro di giudizio: «Non possiamo dire che Luciano sia cattivo. Certo, stavolta ha... sbagliato», sospirano con un certo understatement al bar abituale dell'assassino. «Occhio, che qua ce rimettono il coprifuoco», è la preoccupazione. La scena si ripete a ogni colpo di coda. Quando un pensionato venne ammazzato per difendere la moglie dagli scippatori. Quando un papà decise di far fuori a coltellate lo stalker della figlia. Quando in un distributore fecero a revolverate per uno schizzo di fango. Arrivano i cronisti. I politici. Si fanno analisi sulle case abusive che trent'anni fa furono lasciate occupare senza controllo, per clientela e malafede. Qualcuno invoca le ronde. «Poi ci si scordano e noi viviamo in galera», fa capolino Sylva, triste e civettuola («Mi chiamo come la grande Koscina!»), dal balconcino che affaccia proprio sopra il sangue di Maurizio Alletto. Pure lei blindata dietro le sbarre: «C'è tanta droga, e io ho tanta paura». Tutti barricati dentro, eccetto i carabinieri. La serratura del loro portoncino è rotta, ci vorrebbero 390 euro per ripararla, una parola.
«Però qui non va così male», giura «Fecoli Giovanni», 80 anni, dal 1966 immigrato a San Basilio dal Quarticciolo («Ho conosciuto pure il Gobbo!»). Guarda i fiori. I bigliettini che s'ammassano contro il muro, « sarai sempre nei nostri cuori ». La maglia della Lazio, unica fede. All'incrocio accanto, tre anni fa, a «Fecoli Giovanni» ammazzarono la moglie. Gliela misero sotto con una macchina e sparirono. Lui s'è rassegnato. «Vado in parrocchia dove c'è una targa per lei, era una benemerita». E insiste: «Non va così male qua... dovrebbe vedere il Quarticciolo, adesso».
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