

«Era ancora buio...». Sono le undici del mattino e in una stanza di San Vitale Andrea Palimodei sta cominciando a raccontare l’inferno che ha vissuto. La precisazione non è da poco, neppure per gli uomini della Mobile che lo stanno ascoltando, perché proprio l’elemento dell’oscurità - tentativo di rapina e sparatoria alle cinque e mezza, il sole che sorge alle sei e dieci - sicuramente non aiuta nella ricostruzione di tutto quello che è esattamente avvenuto.
Il giovane gioielliere è ancora sconvolto, ma i suoi ricordi sono discretamente nitidi: «Ero con mio fratello sulla nostra Toyota, eravamo appena partiti, il raccordo anulare è a due passi. Presto l’avremmo imboccato per Fiumicino, per prendere l’aereo che ci avrebbe portato in Germania». L’auto è in largo Guido Buzzelli, «fumettista italiano, 1927-1992», uno slargo enorme dominato da diversi palazzoni, dove il Torrino diventa Spinaceto, luogo ideale per un agguato in campo libero, con innumerevoli vie di fuga.
Andrea continua, e può farlo solo lui perché il fratello Luca è in ospedale: «Ci ha affiancato un furgone, un furgone Citroen se ricordo bene, e ci ha speronato. Ero alla guida io e mi sono dovuto fermare, eravamo bloccati. Al volante del furgone ho notato un uomo con il volto semi coperto. Non so, forse una sciarpa, forse qualcos’altro. E ho visto che era armato...».
Ecco, l’inferno comincia qui, Andrea realizza il pericolo e tira fuori la sua di pistola, un revolver calibro 38. «Ho avuto paura, per me e per Luca, e ho sparato. L’ho ferito, forse a un braccio, forse a un fianco». Lo potranno dire solo le indagini se il rapinatore colpito per primo è Stefano Pompili, 52 anni, già coinvolto nel 1992 nell’indagini sull’uccisione di un gioielliere a Firenze. lo stesso Pompili che all’ora di pranzo si sarebbe presentato al Cto raccontando di essersi ferito «in una lite tra vicini da casa». Ma non ha convinto nessuno ed è stato arrestato.
Per Andrea Palimodei è solo l’inizio: «Mio fratello è uscito d’istinto dall’auto ed è andato a cercare rifugio in un parcheggio. Non ho avuto neppure il tempo di seguirlo perché ho visto scendere gli altri due dall’altro lato del furgone, tutti e due armati». Nel buio di un’alba che non si decide ad arrivare, Andrea si sente spacciato: «Non ho capito più niente, ero in trappola...».
Sono le fasi più convulse e drammatiche: «Ho deciso di uscire anch’io dalla Toyota, se fossi rimasto al volante sarei stato un obbiettivo troppo facile per loro» E bisogna immaginarla la scena: alle prime ore di un sabato che annuncia un lungo ponte per i romani, in largo Guido Buzzelli non passa nessuno, non s’affaccia nessuno, una specie di piattaforma lunare, che gli abitanti del quartiere avrebbero spiegato bene, nel corso della giornata, a tutte le tv d’Italia: «Non ce la facciamo più a vivere nell’insicurezza».
Andrea va avanti: «Non ho capito più niente, mi sono sentito in pericolo, con le loro pistole puntate contro di me, e ho sparato ancora». Il gioielliere racconta di getto, anche se è in questi passaggi che si sta giocando la sua posizione, è fra le pieghe di questo racconto che il magistrato dovrà decidere, eventualmente, sulle sue responsabilità nella sparatoria.
«Ho sparato diversi colpi...». Sono quelli che uccidono, raggiungendolo al petto, Angelo Angelotti, un personaggio storico della banda della Magliana -ma Andrea Palimodei, che sta difendendo la sua valigetta con 75mila euro di gioielli, in quei momenti non può saperlo- e feriscono gravemente Luigi Valente, 44 anni, già conosciuto come rapinatore di una certa caratura tra l’Alberone e San Giovanni.
E’ l’epilogo, il tragico epilogo: «Ho visto il terzo uomo, quello che avevo ferito per primo, rendersi conto anche lui di quello che era successo e scappare per le campagne vicine. Mi sono ripreso e ho chiamato la Polizia». La Squadra Mobile troverà una prima importante conferma al suo racconto: ancora sull’asfalto verranno recuperate le pistole di Angelotti e Valente, un revolver calibro 38 come quello del gioielliere e una pistola semiautomatica calibro 7,65. Con i colpi in canna.
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