ANNO 16 n° 273
Eremo Palanzana,
Resistenza inutile
eseguito lo sfratto
A nulla sono servite le suppliche deifedeli degli Amici Familia Christi
09/08/2012 - 04:00

Flavia Ludovisi

VITERBO - Questa volta non sono bastate le auto parcheggiate a un centimetro dal cancello, non sono bastate le centinaia di api attirate, pare, dal miele spalmato in quantità sulla serratura e sul lucchetto della catena. E non sono bastate nemmeno le preghiere e le suppliche di una trentina tra fedeli e soci degli Amici Familia Christi venuti appositamente per impedire lo sfratto. Questa volta i proprietari dell’eremo di Sant’Antonio non hanno desistito e, anche se non dall’ingresso principale, sono comunque riusciti a entrare e impossessarsi della struttura.

Mentre lo scorso 11 luglio, giorno previsto per lo sfratto esecutivo che poi è stato rinviato a ieri, avevano rinunciato e fissato un’altra data, ieri invece, sono arrivati alla Palanzana attrezzati. Sotto l’occhio vigile dell’ufficiale giudiziario e delle forze dell’ordine, hanno rotto la rete e il filo spinato che delimitano l’ex convento dal bosco e, passando attraverso le piante, sono entrati. L’ingresso, però, non è stato facile per loro, non solo dal punto di vista pratico. L’entrata degli “stranieri romani” è stata accompagnata, infatti, da insulti, parole forti, rosari recitati ad alta voce e applausi irriverenti. Bersaglio del coro erano cinque sacerdoti, i loro avvocati Paolo Delle Monache e Carla Maria Vecchi, l’ufficiale giudiziario, tre poliziotti e due veterinari chiamati per portare via dall’eremo anche gli animali che vivono lì con Mario Mancini e tre suoi dipendenti.

Di Mancini, però, neanche l’ombra. E’rimasto chiuso in camera sua mentre fuori si scatenava il putiferio. Poco dopo l’ingresso dei proprietari, la polizia ha fatto entrare, sempre dal passaggio ricavato tra le piante, suo fratello Andrea, uno dei legali degli Amici Familia Christi.

Quello che più faceva impressione di questo teatrino improvvisato, era che “lo scontro” non stava avvenendo tra due fazioni politiche o due gruppi di tifosi di calcio, ma tra fedeli che appartengono allo stesso credo. O almeno così dovrebbe essere.

I “romani” non hanno proferito parola, hanno incassato gli insulti senza mai controbattere, forse perché forti del diritto di proprietà.

I viterbesi, invece, erano e restano agguerriti. Non vogliono che Mario Mancini vada via, proprio lui che in quarant’anni ha trasformato l’ex convento in un luogo di preghiera e di cultura aperto a tutti. Non se ne fanno una ragione i tanti fedeli accorsi in suo aiuto, non vogliono perdere i locali della Palanzana e, soprattutto, non vogliono lasciarli a loro. A “quelli di Roma”, di cui, dicono, solo uno su cinque è un vero sacerdote (don Riccardo Petroni, ndr). Gli altri sarebbero solo dei “fanatici”.

Mancini, che per tutta la mattinata è rimasto chiuso in quella che dal 1972 è la sua casa e tutta la sua vita, non ha fatto storie. Quando l’ufficiale giudiziario e i nuovi padroni, sempre scortati dalla polizia, hanno bussato al portone dell’eremo, lui ha aperto e ha iniziato subito a fare l’inventario. Poi è uscito fuori, sulla strada, e ha fatto spostare le auto che bloccavano l’ingresso, salutando e ringraziando tutti gli Amici Familia Christi che hanno provato fino all’ultimo a evitare questa umiliazione.

“E’ sempre stato e sempre sarà un gran signore – ha detto una delle tante donne che si è battuta fino all’ultimo per evitare lo sfratto. Ora se ne andrà a Spoleto, in un altro monastero, e porterà con sé anche il cane. Ma ci mancherà molto”.

“Questa – ha tuonato invece un signore – si chiama giustizia ingiusta. Non c’è motivo, se non quello brutalmente economico, per cambiare la gestione di questo posto meraviglioso. E’ umiliante che Mario venga cacciato così, senza una ragione valida. Non ha fatto che del bene in tutti questi anni e per questo gli siamo grati”.

Dalla controparte, al contrario, nessun commento. In attesa dell’appello che si discuterà ad aprile, resta da vedere come gestiranno la struttura i nuovi proprietari.

 

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