

Massimiliano Morelli
Nessuna intenzione di fare da maestrini, ma certe accortezze bisognerebbe prenderle, per lo meno prima di scrivere. Perché oggi molto scribacchiano, del resto la frase tipica di tanti energumeni della letteratura è la classica e quanto mai retorica “ero bravo in italiano quando andavo a scuola”.
E, di colpo, ci si sente eredi di Indro Montanelli. Nelle scorse settimane ricorrevano i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, il cui anniversario è stato ricordato un po' ovunque, con iniziative realizzate da Comuni, istituti scolastici, enti e associazioni d’ogni tipo. Peccato che molti siano caduti nel tranello e nell’organizzare eventi d’ogni tipo hanno puntato l’attenzione sui “festeggiamenti” per il settecentesimo anniversario della scomparsa.
Ora, per un attimo, distogliete l’attenzione dal Sommo Poeta e ragionate: si festeggia l’anniversario della morte? Beh… magari si omaggia il defunto in questione nel ricordo della sua dipartita, al massimo si celebra o si solennizza. “Qui casca l’asino” avrebbero sentenziato i maestri delle scuole elementari d’un tempo. Ma i “festeggiamenti” per la morte di Dante non rappresentano che un tassello del puzzle di errori che quotidianamente si parano davanti i nostri sguardi: la “d” eufonica, per esempio; il qual è scritto con l’apostrofo; punteggiature “ad minchiam”. Tre esempi, fra i tanti esempi che purtroppo, leggiamo ogni giorno.