ANNO 16 n° 274
E abbiamo pure i furbetti dello smart working…
15/04/2021 - 10:42

di Massimiliano Morelli 

 

Per certi versi siamo un popolo che non merita fortuna, soprattutto siamo un popolo che non riesce a percepire di esser nato con la camicia. Basta dare un’occhiata oltre confine per rendersene conto.

Chi sta meglio di noi? Trattiamo stavolta l’argomento smart working, sperimentato da 6,5 milioni di lavoratori nel primo lockdown e che oggi coinvolge oltre 5 milioni di persone. Esplicativo il messaggio del ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta: «Ho dovuto vedere in giro sportelli con su scritto “Chiuso per smart working”.

Una cosa inaccettabile». E dunque, avvisano dal Dicastero della PA, «si utilizzerà lo smart working solo se migliorerà l’organizzazione del lavoro, l’efficienza e aumenterà la soddisfazione del cliente. Altrimenti, si ritornerà sul posto di lavoro».

Altro che traghettamento verso il cosiddetto “lavoro ibrido”, come spera il presidente dell’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, Sebastiano Fadda, pronto a evidenziare che è una tendenza messa in atto soprattutto dalle grandi imprese, dove lavora da remoto il 54% dei dipendenti.

Questo, del resto, il pensiero di Fadda: «La tendenza è quella del lavoro ibrido, che è un’efficiente combinazione per garantire i vantaggi del lavoro in presenza (le relazioni interpersonali, senso d’appartenenza, potenziale del lavoro di gruppo, nda) e quelli da remoto, ovvero più efficienza, risparmio di tempo per gli spostamenti, gestione degli impegni». Ma poi bastano i dati della ricerca di Confartigianato, nella quale si parla di “burodemia” per svelare il problema quotidiano di imprese e famiglie alle prese con uffici irraggiungibili. Su oltre tremila micro e piccole imprese, il 69% ha segnalato un grado di complessità elevata o non sostenibile per l’accesso agli sportelli pubblici. E circa il 50% ha denunciato una alta criticità anche nell’accesso ai servizi web degli enti.

 

 






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