

Riceviamo e pubblichiamo
Caro Beniamino
Ti scrivo questa lettera perché so quanto eri legato al grande Fabrizio De Andrè, del quale continui a tenere vivo il ricordo nella nostra provincia.
Credo che proprio tu sia la persona più adatta a comprendere il significato di queste mie riflessioni, sperando vivamente di non annoiare i tuoi lettori.
Fra i tanti amici che De Andrè ha avuto in vita, un posto d’onore lo ha sicuramente occupato don Andrea Gallo il parroco della chiesa genovese di San Benedetto al Porto. Una volta De Andrè dichiarò di provare un grandissimo affetto per don Gallo perché, pur essendo un sacerdote, non cercava mai di fargli guadagnare il paradiso. Personalmente non sono mai riuscito a condividere le posizioni di Don Andrea, il suo modo anarchico e bizzarro di praticare il Vangelo, mescolando religione e rivoluzione, l’Ave Maria con Bella Ciao.
Non mi è mai andato giù il suo ostinato tentativo di demolire l’impianto valoriale della Chiesa, quei principi cosiddetti “non negoziabili” che a mio giudizio devono restare sempre attuali pur di fronte ad una società in continua evoluzione.
Una società sempre più orientata a mettere in discussione la sacralità della vita umana (dal concepimento fino alla morte naturale), il sacramento del matrimonio e la difesa della famiglia tradizionale come nucleo fondante della stessa società, la libertà educativa quale cardine di uno stato laico e liberale. Nonostante tutto ciò non ho mai considerato Don Gallo un eretico, né ho mai auspicato una sua punizione o un suo allontanamento dalla Chiesa. L’ho fatto per due motivi, uno di carattere religioso, l’altro più prettamente laico.
Il motivo religioso scaturisce dalla convinzione che la Chiesa sia una grande famiglia, basata sull’inclusione, mai sull’esclusione dei propri componenti, indipendentemente dalle posizioni, più o meno discutibili, che ognuno di noi ritiene doveroso esprimere. Il secondo motivo, di carattere laico, è legato proprio alla figura di Fabrizio De Andrè e alla sua ammirazione per questo prete di strada amante come lui della Genova degradata, dove entrambi avevano trovato il motivo ispiratore della loro missione, artistica e pastorale.
Adesso Don Gallo ne ha combinata un’altra delle sue.
Lunedì sera, ospite del programma “In Onda” condotto da Luca Telese e Luisella Costamagna, per giustificare la sua posizione favorevole ai diritti civili e alle coppie di fatto, la sua contrarietà alla legge sul testamento biologico sostenuta con forza dalle gerarchie cattoliche e persino dal direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino (non proprio un berlusconiano della prima ora) e il suo aperto sostegno alle rivendicazioni delle associazioni gay e trans, ha scomodato persino Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II facendo passare il messaggio secondo cui, il suo comportamento, fortemente stigmatizzato e censurato da monsignor Fisichella, sarebbe perfettamente in linea con lo spirito conciliare.
Il Concilio dunque diventa per Don Gallo il trionfo dell’anarchia, con il cattolico chiamato ad attuare il Vangelo secondo la propria coscienza, senza regole e principi condivisi, e con la Chiesa ridotta ad un’istituzione quasi simbolica, priva della minima autorità morale. Forse non avrò la competenza di Don Gallo ma non mi sembra proprio che lo scopo di Giovanni XXIII fosse quello di indire il Concilio per demolire il patrimonio valoriale della Chiesa o per ridurre il Vangelo ad una sorta di manifesto dell’anarchia. E non è un caso che negli anni successivi tanto Paolo VI che Giovanni Paolo II siano intervenuti più volte a correggere tante errate interpretazioni del messaggio conciliare. Fra le storture che la Chiesa ha sentito il bisogno di correggere c’è stata soprattutto la “Teologia della Liberazione” tanto cara a Don Gallo, basata sull’idea di un Gesù rivoluzionario pronto anche alla lotta armata pur di difendere i più deboli dalle prepotenze dei potenti.
Giovanni XXIII non ha mai pensato lontanamente di legittimare il ricorso alla violenza, neanche come mezzo per consentire agli oppressi di conquistare la libertà; non ha mai riconosciuto alcuna legittimità alle pratiche abortiste (Don Gallo ammise anni fa di aver fatto abortire delle prostitute scontrandosi duramente con Don Oreste Benzi), non ha mai pensato di concedere deroghe alla sacralità del matrimonio aprendo le porte ad altre e diverse forme di unione.
Don Gallo ha tentato di trasformare quel grande evento che è stato il Concilio Vaticano II in una sorta di sessantotto della Chiesa, piegandolo alle sue convenienze e alla sua vanità. In realtà il Concilio ha modernizzato la Chiesa non per stravolgere il Vangelo e lasciare campo libero a qualsiasi libertà interpretativa, ma per rendere l’insegnamento di Gesù e degli apostoli ancora più attuale di fronte alle evoluzioni della contemporaneità..
Anche stavolta, come già avvenne con la sua partecipazione l’inverno scorso al programma di Fazio e Saviano, l’anziano parroco genovese se la caverà con qualche critica su Avvenire organo della Conferenza Episcopale italiana presieduta da monsignor Angelo Bagnasco, che in qualità di Arcivescovo di Genova è il suo diretto superiore. Più volte mi sono chiesto perché la Chiesa sia così indulgente con Don Gallo. Credo che tutto sommato alla Chiesa convenga tenersi questo prete rivoluzionario e no global che pur nelle sue posizioni estreme, spesso inaccettabili, riesce a far conoscere Gesù anche a chi non metterebbe mai piede dentro una chiesa se non avesse la sicurezza di trovare Don Andrea sull’altare. Come probabilmente faceva anche Fabrizio De Andrè.
Distinti saluti
Americo Mascarucci