

VITERBO - Una “rigorosa indagine amministrativa interna” è stata disposta dal ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, attraverso il capo del Dap Giovanni Tamburino, sulle cause della morte di Federico Perna, avvenuta l’8 novembre nel carcere napoletano di Poggioreale.
“Per fortuna il ministro Cancellieri ha deciso di avviare un’indagine, è stata una bella soddisfazione – ha detto la madre del ragazzo – se fino a ieri non avevo fiducia nella giustizia, oggi ne ho di più”. Perna, 32 anni, era stato dichiarato non compatibile con il regime carcerario dai sanitari del penitenziario viterbese, dove si trovava prima del trasferimento in quello di Napoli.
Secondo i medici viterbesi, il 32enne, aveva bisogno di un trapianto di fegato per poter sopravvivere. Avrebbe dovuto essere ricoverato in una struttura sanitaria adeguata in attesa che si rendesse disponibile un organo compatibile e la stessa diagnosi di Mammagialla era stata successivamente ribadita dai medici del carcere di Napoli Secondigliano. L’uomo, originario di Latina e residente nel capoluogo campano, era finito a Poggioreale, dove l’8 novembre ha perso la vita in circostanze ancora da chiarire.
Sarà l’autopsia a stabilire le cause della morte di Federico, a ricostruire quanto accaduto e a confermare o meno le accuse della famiglia. Intanto Nobila racconta la storia di suo figlio in una lunga intervista del Fatto Quotidiano. “Mi hanno dato tante versioni diverse – racconta la mamma di Federico, Nobila Scafuro - mi hanno detto che era morto nell’infermeria del carcere, poi in ambulanza, poi nel reparto dell’ospedale Federico II di Napoli. Ho telefonato alla direzione del carcere, vivendo a 300 chilometri di distanza, non mi sono stati neanche a sentire. Io mi sono dovuta andare a cercare il morto vagante”. Così come la famiglia Cucchi, anche la signora Scafuro ha deciso di diffondere le immagini – terribili – di suo figlio sul lettino dell’obitorio. Nel caso di Stefano, la scelta fu determinante ai fini dell’interessamento mediatico. I risultati dell’autopsia, eseguita il 14 novembre, non sono ancora arrivati – “il magistrato si è riservato 90 giorni di tempo, ma spero che la verità emerga prima” – ma per la mamma di Federico una cosa è certa: “Mio figlio non doveva stare in carcere. Lo scorso anno, attraverso il nostro avvocato, Camillo Autieri, abbiamo presentato tre referti di medici legali e primari ospedalieri e abbiamo chiesto l’incompatibilità carceraria. Ma le istanze sono state tutte rigettate dai magistrati di sorveglianza”.
“L’ho visto con lo zigomo gonfio – prosegue la signora Scafuro – e un suo compagno di cella lo ha convinto a dirmi che gli avevano dato un pugno. Non era la prima volta, a Viterbo c’è una denuncia penale: lo hanno picchiato perché teneva una lattina di Coca Cola in fresco sotto il rubinetto dell’acqua”. Ipotesi naturalmente tutte da accertare.
Il guardasigilli, che ha espresso “le sue condoglianze e la sua personale vicinanza alla mamma del giovane”, “auspica che sulla vicenda sia fatta completa chiarezza, assicurando la massima collaborazione alla Procura della Repubblica che ha già avviato una sua inchiesta”.