ANNO 16 n° 273
Delitto Cesaroni, ĢIl morso di Busco non compatibileģ
22/03/2012 - 09:19

Via Poma, salta tutto. Crollano le accuse su Raniero Busco. Crolla il castello che dopo 21 anni aveva portato al nome dell’assassino di Simonetta Cesaroni. Il segno sul seno sinistro della ragazza uccisa con 29 coltellate il 7 agosto del 1990 considerato in primo grado la firma dell’assassino, il segno perfetto della dentatura anomala di Busco, il suo fidanzato dell’epoca, non è stato considerato un morso dai consulenti nominati dalla corte d'assise d'Appello chiamati a chiarire le cause della morte. Un sollievo per l’imputato che in primo grado era stato condannato a 24 anni di carcere, un altro rompicapo per la famiglia Cesaroni che non si è mai arresa in questi anni, che chiede l’assassino, non un assassino.

«A casa ci sentiamo sollevati, finalmente vediamo le cose in maniera più rosea», ha detto Raniero Busco, che appresa la notizia sugli esiti della superperizia ha abbracciato moglie e figli, i suoi gemelli. «Novità? Io lo sapevo da tre anni che quello non era un morso», ha commentato il suo difensore, l’avvocato Paolo Loria «Finalmente l’orizzonte si schiarisce. Il processo non è finito, ma un passo avanti è stato fatto».

«Hanno fatto la scoperta dell’America», sbotta con una battuta l’avvocato storico della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro, «L’enigma era: quel morso, quel segno era contestuale o no? Quello interessava. Ma non poteva esserlo visto che c’era una crosticina. Ho fatto dei solleciti in passato, in fase preliminare, per far approfondire al meglio quel segno sul capezzolo. Per me se c’era una crosticina la lesione non poteva essere frutto dell’aggressione, visto che Simonetta è morta in quattro cinque minuti. E facevo solleciti proprio per non trovarci sorprese di questo tipo. Qui ci troviamo davanti al delitto italiano più noto degli ultimi cinquant’anni».

Il primo a parlare di morso, secondo Molinaro, era stato la notte dell’autopsia di Simonetta Cesaroni il medico legale Ozrem Carella Prada, proprio uno degli esperti nominati per la superperizia dal procuratore generale della Corte d’assise d’appello. Molinaro ricorda a memoria le parole della perizia: «Si nota una deviazione del capezzolo del seno sinistro e la formazione di una crosticina che potrebbe essere stata causata da un probabile morso». «Scrisse probabile o eventuale morso» precisa Molinaro, «usò una formula dubitativa. Il pm Cavallone, una volta ritrovato il corpetto e il reggiseno di Simonetta, si rilesse per l’ennesima volta gli atti e puntò su quelle parole, su quella pista, sui dna, su quel segno e la dentatura unica di Busco per via di un sovradente». I Ris confermarono. Dal corpetto e dal reggiseno vennero isolate 19 tracce di sudore e saliva che fecero risalire a Busco. Quel dna, confrontato con quello di altri 17 sospettati, era dell’ex fidanzato di Simonetta. E siamo nella primavera 2005. Ma l’avvocato di Busco non contesta nulla: «Erano fidanzati e si erano visti la sera prima» spiegò Loria. Questione di baci, di effusioni, insomma. Ma la madre di Simonetta in aula dirà altro. Spiegherà che la figlia era maniacale per l’igiene, che cambiava la biancheria intima tutti i giorni. Busco, dopo 31 udienze, vissute in silenzio, accanto alla moglie, viene condannato. E’ il 26 gennaio 2011. «Sono una vittima», dice.

Dalla superperizia chiesta dal pg della Corte d’assise d’appello, intanto, la notizia è del 21 marzo 2012, come quella del «non-morso» vengono isolati sul corpetto «con certezza la presenza di almeno tre soggetti maschili». Un altro elemento nuovo, che destabilizza.

I risultati della perizia svolta per chiarire le cause della morte di Simonetta Cesaroni saranno illustrate nell'udienza del 27 marzo. La perizia che sembra scagionare Raniero Busco era stata fortemente sollecitata dalla difesa dell'ex fidanzato della Cesaroni che in primo grado, il 26 gennaio del 2011, è stato condannato a 24 anni di reclusione.

È il caso dei paradossi quello di via Poma. Raniero Busco è stato condannato per l’omicidio ma non ha mai fatto, fortuna sua e accortezza degli inquirenti, mai un giorno di galera. Non ha mai subito un arresto. Era stato arrestato e tenuto un mese in carcere, invece, il portiere dello stabile di Via Poma, Pietrino Vanacore, solo per un sospetto. Poi ci si accorse che fu un errore, che non poteva essere stato lui ad uccidere. Vanacore non perdonò. Guardò altri sospettati finire nel mirino come il nipote dell’ingegnere Valle che viveva nello stabile di Via Poma. Vanacore e i suoi silenzi.

L’altro sollievo Busco ce l’aveva avuto proprio quando nel marzo 2010 Pietrino Vanacore venne trovato annegato a due passi da casa, nel lungo mare di Marina di Torricella, nella sua Puglia. Era strana quella morte: Vanacore due giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare a Roma, proprio al processo a carico di Busco. «Aveva qualcosa da nascondere», era il suo sospetto. Ma Vanacore aveva lasciato degli appunti. Uno, un cartoncino, era in vista sul cruscotto dell’auto: «Venti anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio». Venne considerato un suicidio anomalo. Ma il caso poi è stato archiviato. E resterà tale, fino a quando non verranno fuori altri elementi. Per il pm Ilaria Calò che ha chiesto in primo grado la condanna di Busco, Vanacore era stato il primo a trovare il corpo di Simonetta Cesaroni negli uffici di Via Poma, tanto da preoccuparsi di avvertire il responsabile degli uffici, l’avvocato Caracciolo, presidente dell’Aiag per cui Simonetta lavorava da pochi settimane. Ma non lo avrebbe mai detto per omertà, sviando così vent’anni di indagini.

In merito agli altri campioni sul corpetto o si tratta di tracce biologiche commiste o non attribuibili all' imputato o attribuite a Busco anche se per alcune i consulenti ipotizzando che la traccia possa essere frutto di una contaminazione tra reperti. In merito alla traccia ematica individuata sul lato interno alla porta della stanza dove fu trovata priva di vita, Simonetta Cesaroni, «è attribuibile ad un soggetto maschile di gruppo sanguigno A e di genotipo 1.1/4 al locus Dqalfa e quindi certamente non all'imputato Raniero Busco». Quanto alla traccia di sangue trovata sul lato opposto della stessa porta è attribuibile «con certezza alla vittima. Frammisti, vi sono quantitativi minimi di Dna in relazione ai quali non è possibile eseguire qualsivoglia comparazione». Anche il sangue trovato sul telefono della stanza teatro del delitto è dello stesso gruppo sanguigno e quindi «non può essere attribuito né alla vittima né all'imputato». Sullo specchio dell'ascensore dello stabile di via Poma furono trovate due tracce ematiche: una, secondo i periti, é di Simonetta, l'altra é «attribuibile ad un soggetto di sesso maschile allo stato ignoto».

È leggermente spostata in avanti l’ora del delitto di Simonetta Cesaroni dagli esperti nominati dalla Corte d’Assise d’Appello. I periti, in particolare, affermano come «la cronologia della morte si può collocare tra le ore 18 circa e le ore 19 circa, con qualche piccola variazione adattata sulla scorta degli elementi circostanziali». Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici della III Corte d’Assise avevano invece sostenuto: «Può fondatamente ritenersi che l’orario della morte vada a collocarsi dopo le 17.15-17.30 e prima delle 18-18.30». La questione dell’ora del delitto è affrontata in circa venti pagine della superperizia e già in passato era stata spostata diverse volte. Argomento complesso che gli esperti cercano di risolvere analizzando le condizioni meteorologiche di Roma di quel giorno e gli aspetti ambientali della scena del delitto.

Secondo i periti non sarebbero rilevanti le valutazioni fatte in passato facendo riferimento ai contenuti gastrici dello stomaco di Simonetta, aspetto per la valutazione dell’ora del delitto, ritenuto «estremamente infido». Sarebbe stata invece fondamentale la rilevazione del «raffreddamento del corpo in rapporto alla temperatura ambientale», cosa che invece non fu fatta.

Era stato il presidente Lucio D'Andria a dare il via a «una perizia medico-legale e genetica» per, «tra l'altro», puntualizzare «l'orario della morte, la natura e l'epoca delle lesioni riportate da Simonetta Cesaroni sul seno sinistro e in regione sterno-claveare, nonché le modalità di conservazione dei reperti e la loro attribuibilità». Il presidente D'Andria, con il giudice a latere Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo criminale e scrittore affermato, hanno voluto «riesaminare le contrastanti prospettazioni dei consulenti» dell'accusa e della difesa emerse nel processo di primo grado, finito con la condanna di Raniero Busco a 24 anni.

Intanto il 27 marzo riprenderà il processo d’appello a carico di Busco. Quel giorno i periti spiegheranno le duecento pagine del loro lavoro che «scagionano» almeno dal morso-firma dell’assassino attribuito a Busco. «Quel segno non è certo che sia un morso, potrebbe essere di tutto», sono le conclusioni. Il giallo di via Poma, insomma, per ora resta tale

Corriere.it






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