

VITERBO – (aml) Espressione cordiale e lo sguardo diretto di chi, per formazione ed esperienza, è abituato a soppesare e valutare, di primo acchito, la persona che ha davanti. Nicolò D’Angelo, prefetto di Viterbo dallo scorso marzo, con la consapevolezza maturata in oltre 40 anni di rapporti con gli organi di informazione, sceglie un approccio istituzionale e di massima disponibilità per rispondere a una serie di quesiti che riguardano la nostra città e non solo.
La prima domanda è quasi scontata: la questione migranti. Il campo presso l'ex Fiera di Viterbo è in fase di totale smantellamento ma la situazione anche in provincia è ancora abbastanza caotica?
''Non la definirei caotica. C’è un’accoglienza diffusa sulla base anche di protocolli d’intesa svolti anche a livello nazionale e che riguarda tutto il Paese. Quindi parlare di caos non credo sia appropriato. Per l’ex Fiera si trattava di una situazione temporanea che ha quasi terminato la sua funzione. Abbiamo già iniziato i trasferimenti, stiamo cercando di riequilibrare un po' tutte le strutture anche sulla base degli ulteriori arrivi che, come ben sapete, si sono moltiplicati in questo ultimo periodo. Siamo comunque intorno a una quota che rientra nell’ambito della densità demografica e dell’estensione territoriale della nostra provincia. L'ultimo dato aggiornato si aggira attorno ai 1500 migranti. E' evidente che in questo ultimo periodo si stanno moltiplicando gli sbarchi ed è un problema che stiamo cercando di affrontare, nel frattempo a noi interessa che l’accoglienza diffusa sia equilibrata in una maniera migliore perché credo sia nelle corde e nel Dna di questo Paese. E oltre all'accoglienza è importante e fondamentale l’integrazione, cercare cioè di far accedere i rifugiati a tutto quel che riguarda il tessuto connettivo, impiegandoli magari nei lavori socialmente utili anche per dare una mano ai Comuni ospitanti''.
1500 presenze, quindi la quota prevista almeno inizialmente per Viterbo e provincia è raggiunta?
''La quota prevede ancora una forbice però, solitamente, non è che ci sia una linea Maginot oltre la quale non si può andare. Siamo in un momento di emergenza perché gli sbarchi sono continui ma confidiamo anche nel fatto che ci saranno delle ricollocazioni e ci sarà chi lascerà il territorio per spostarsi in altri Paesi come è previsto per coloro che ne hanno fatto richiesta. Vedremo, siamo ancora in corso d’opera''.
I migranti del campo sulla Cassia nord sono stati ricollocati o trasferiti, ma dove?
''In varie altre strutture del Viterbese. Stiamo cercando di riequilibrare il numero senza incidere troppo sulle comunità''.
Nelle metropoli e grandi città in base alle quote del piano accoglienza dovrebbero essere ospitati molti più migranti, in realtà è stata fissata una soglia che non deve essere superata. Per esempio a Roma, previsione attorno agli 11mila di fatto poco sopra ai novemila, perché si è tenuto conto delle presenze straniere già sul territorio. A Viterbo tale dato è stato preso in considerazione?
''E’ stato preso in considerazione. Esiste la cosiddetta clausola di salvaguardia (che rende esenti dall'attivazione di ulteriori forme di accoglienza le amministrazioni comunali che appartengono alla rete Sprar o hanno manifestato la volontà di aderirvi n.d.r.) ma non tutti i Comuni fanno accoglienza. Sono pochissimi quelli che hanno aderito allo Sprar e chiaramente questo è un problema, perché bisogna intervenire tramite i bandi provinciali. Però diciamo che la forbice è all’interno di questo numero''.
In questi primi sei mesi abbiamo già assistito a un superamento di oltre il 30% di arrivi in Italia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, cosa accadrà?
''E' una questione che non riguarda Viterbo ma tutto il Paese, ci sono degli sbarchi continui, stiamo andando verso il tempo buono e quindi si verificano una serie di situazioni abbastanza complesse su cui si sta cercando di trovare un modo per risolverle''.
Si presuppone perciò che il territorio dovrà essere disponibile?
''L’accoglienza diffusa serve anche per evitare ammassamenti e grandi strutture, questo è il concetto. Poi vedremo d’intesa con il Viminale l’ultima linea che sarà sviluppata. Una serie di riunioni si sono già tenute, altre sono in corso. Vedremo quali indicazioni emergeranno''.
Il suo curriculum è impressionante. Lei ha affrontato gli anni di piombo a Roma, poi nell'antiterrorismo, quindi la criminalità organizzata smantellando la banda della Magliana. Tutto questo per poi approdare a Viterbo?
''Perché lei pensa che sia una diminutio essere a Viterbo?'' risponde sorridendo.
No, ma viene spontaneo chiedersi come si rapporta con un territorio totalmente differente, più circoscritto, dove anche i numeri in termini di criminalità o di altri reati sono decisamente diversi?
''Innanzitutto sono stato anche questore di Roma. Possiamo dire che le attività del prefetto e del questore sono legate da un filo abbastanza comune che finiscono il loro percorso nello stesso 'pianerottolo', trattandosi di pubblica sicurezza. Però l’attività peculiare del prefetto è diversa perché è un collante istituzionale sul territorio e, allo stesso tempo, è anche l’organo del governo sul territorio quindi ha un indirizzo anche politico mentre il questore rappresenta l’organo tecnico. Essendo stato anche questore di Roma mi sono occupato più del tecnicismo che dell’aspetto squisitamente politico. Però ritengo che quella prefettizia sia un'attività estremamente valida, il Viterbese è una provincia che secondo me ha grandissime potenzialità. La sto visitando adesso, ho già visto tantissimi Comuni ma non ho ancora finito. Sono rimasto favorevolmente colpito''.
A quali potenzialità si riferisce?
''Potenzialità sotto tutti i punti di vista, anche turistico-culturale. Queste sono naturalmente le cose che appaiono a chi le vede dall’esterno, mi sembra una comunità molto vivace. Lo sto notando anche nei rapporti che ho con tutti i vari sindaci. Mi sembra anche abbastanza stimolante questo tipo di attività''.
Lei operava già a Roma e nel '78 ha avuto a che fare con l’omicidio e il ritrovamento di Aldo Moro. Come ricorda quel periodo?
''Quelli sono stati gli anni più bui della Repubblica, un periodo estremamente complesso e difficile. Però l’abbiamo affrontato tutti con grande forza. Probabilmente forse non eravamo preparati a un problema terroristico di quella portata ma siamo comunque riusciti a vincere quella lunga battaglia che è durata parecchi anni. Roma in quel periodo fu crocevia di tantissime altre organizzazioni criminali, abbiamo sicuramente riscosso numerosi successi nonostante la peculiarità di questo tipo di formazioni e il tempo occorso per sconfiggerle. Ritengo però di dover sottolineare una cosa: in quel periodo, malgrado tutto e con tutte le carenze dell'epoca, la percezione sulla sicurezza era molto più alta. Oggi invece in un momento chiaramente diverso che ha cambiato anche il nostro Dna, il nostro modo di fare, con tutto lo sviluppo tecnicistico e tecnologico c’è meno percezione della sicurezza. Probabilmente dal punto di vista mediatico, con la velocità dell'informazione, della rete tante cose sono cambiate e l'impressione è di maggiore insicurezza''.
Lei ha operato nell'antiterrorismo all'epoca delle Brigate rosse, come è cambiata l'attività per affrontare la sfida attuale?
''Il terrorismo adesso è una minaccia globale, difficile e complessa. Il fondamentalismo islamico è in agguato, lo vediamo ogni giorno. Bisogna continuare a lavorare molto, occorre prevenire per quello che è possibile''.
L'esperienza maturata, pur nella tragicità di quegli anni di violenza che hanno sconvolto il nostro Paese, può essere utile?
''E’ servita e serve sicuramente. Finora tutti i vari sistemi di prevenzione e controllo hanno funzionato egregiamente, e ci auguriamo che continuino, certamente anche perché le forze dell’ordine italiane hanno fatto molta esperienza negli anni di piombo. Un bagaglio culturale e tecnico-professionale importante''.