

di Giovanni Masotti
VITERBO - Tragedia dopo tragedia. Protesta dopo protesta. Sovraffollamento della popolazione carceraria, carenza di personale tra gli agenti di custodia.Temi tristemente e drammaticamente noti. Problemi denunciati migliaia di volte a cui mai è stata messa mano seriamente. Fiumi di inchiostro versati inutilmente per descrivere situazioni inaccettabili, subumane.
Buio in quei tetri corridoi. Urla da dietro quelle sbarre dove la forzata coabitazione o la solitudine inflitte provocano ogni giorno violenze che non di rado tracimano in omicidi e in gesti estremi contro se stessi, con le esasperate e sfinite guardie di sicurezza (circa il 20 per cento in meno di quante dovrebbero essere) che arrivano troppo tardi e si trovano davanti il fatto compiuto, o vengono coinvolte esse stesse.
È sempre la solita, triste solfa. Si scoperchia la realtà solo quando scoppia il bubbone e si verifica puntualmente il misfatto: lo sdegnato dibattito sullo stato dei nostri istituti di pena si impenna, sacrosante lamentele, minacce di agitazioni sindacali, impegni presi solennemente dalle autorità. Finché la luce non si spegne di nuovo, inesorabilmente. E tutto ricomincia come prima. Questo indegno stato di cose, questo colpevole immobilismo, si è ripetuto una manciata di giorni fa nei pressi di Roma, a Velletri. Sangue atrocemente versato in una cella. Un detenuto straniero (particolare che poco conta) massacra il suo 'convivente'. Apparentemente senza motivo. Chissà, forse una futile litigata. Che basta ad accendere la scintilla della disperazione fuori controllo.
Le prime indagini e si scopre che l' omicida è un malato psichiatrico certificato, che avrebbe dovuto essere ricoverato in una REMS (residenza per l' esecuzione delle misure di sicurezza), strutture poco più che fantasma, scarse (trenta in tutta Italia) e con capienza limitata (venti posti utili si' e no ciascuna) che avrebbero dovuto sostituire tra il 2011 e il 2015 i vecchi cupi ospedali psichiatrici criminali - o manicomi - per accogliere con le giuste competenze reclusi dichiarati infermi o seminfermi di mente, o comunque socialmente pericolosi. Ma il triste episodio di Velletri serve a ben poco.
Quasi contemporaneamente a Mammagialla, che accoglie anche detenuti col 41 bis, viene portata una donna affetta da gravi patologie psichiatriche, che dovrà pesare sui già sovraccarichi agenti di custodia dell' infernale istituto di pena viterbese, dove il sovraffollamento arriva ad oltre il 130 per cento e le guardie carcerarie sono sotto organico almeno di un' ottantina di unità. Non serve a niente la sollevazione dei sindacati di categoria, che per l' ennesima volta sbandierano i pericoli che scaturiscono da decisioni come queste.
Gli agenti penitenziari sono pochi e tutti al maschile, oltre che digiuni di una questione così delicata come la riabilitazione dei reclusi affetti da malattie mentali. Chi, allora, curerà e come quella donna? Chi la piantonera'? Chi garantirà che la sua presenza non costituisca un rischio per altri carcerati o per gli agenti già stressati dal loro 'normale' lavoro? Tutte domande malinconicamente senza risposta. Mentre il penitenziario di Mammagialla scoppia e la tragedia è sempre dietro l' angolo. Come dimostra l' episodio più recente, risalente a martedì sera.
L' ennesima aggressione a un agente di custodia, colpito con una testata al volto e con un pugno da un detenuto, che poi ha tentato di strangolarlo con l' aiuto di alcuni compagni di pena. Salvato in extremis. Vita da cani nel supercarcere di Mammagialla. Per i sorvegliati e, ancora peggio, per i sorveglianti. L' allarme è rosso. Di promesse se ne sono sentite tante. A vuoto, purtroppo. Sarebbe ora di voltare pagina.