

VITERBO – Due ore ininterrotte di pianto in aula. Ha ripercorso così, di fronte al collegio, presieduto da Silvia Mattei e a latere i giudici Rita Cialoni e Giacomo Autizi, l’incubo, durato una vita intera, di stupri e violenze, sia fisiche che psicologiche subite dal marito.
Ex marito. E solo dopo la separazione la donna, una 40enne residente in un paese della Tuscia, ha trovato il coraggio di andare dai carabinieri e denunciarlo. Violenza sessuale, stalking, lesioni, minacce e maltrattamenti in famiglia. Queste sono le accuse nei confronti di L.F., 70enne, non originario della zona che ha già scontato vent’anni di carcere per motivi di altra natura, (quattordici dei quali per partecipazione a banda armata in quanto militante dei nuclei armati proletari, un formazione terroristica). È stato rinviato a giudizio un anno fa, a marzo, e nei giorni scorsi la donna, che si è costituita parte civile, ha raccontato per filo e per segno in udienza, svolta a porte chiuse, il clima di terrore in cui è stata costretta a vivere per tutta la durata della loro unione.
Una testimonianza choc. Violenze e costrizioni di ogni genere, continue e raccapriccianti, che solo a parlarne farebbero rabbrividire chiunque. E la signora è partita dal principio. Aveva solo 4 anni quando è iniziato tutto. Ha subito abusi sessuali prima dal padre, poi dallo zio, il fratello della madre. Da grande ha avuto una relazione con un uomo, da cui ha avuto un figlio, che poi la ha abbandonata. Quando ha incontrato L.F., parecchio più grande di lei, le è sembrato il suo salvatore, l’uomo che finalmente avrebbe potuto darle un po’ di serenità. Non sapeva, però, che con lui sarebbe stato ancora peggio.
Stuprata, anche dagli amici di lui. Riempita di botte, minacciata e pedinata. Vietato uscire di casa senza permesso. Costretta per due anni a nutrirsi solo di cicoria e dell’erba che cresceva nel giardino della casa che avevano costruito con le loro mani perché non avevano i soldi per mangiare. Lui non ha mai lavorato. Era dimagrita diciotto chili in quel periodo, ha detto ai magistrati. Poi, sempre stando al racconto della donna in aula, lui l’ha convinta a fare vertenza per un vecchio lavoro che aveva prima di conoscerlo e con il ricavato hanno comprato un bar. Ma ci lavorava solo lei, lui era impegnato a controllarla da casa, dal pc, perché aveva fatto installare delle telecamere nel locale in modo da sorvegliarla costantemente.
Dopo due ore di racconto, come detto più volte interrotto da lacrime e singhiozzi, sono state fissate le prossime udienze per ascoltare i testi del pm, quelli della parte civile e infine quelli della difesa. Ma se ne riparlerà nel 2017.