

VITERBO – La denuncia di Enpa Viterbo e provincia nella lotta alla caccia al cinghiale. La Corte Costituzionale lo ha chiarito più volte: l’ambiente è un valore primario e collettivo, mentre la caccia rappresenta una mera facoltà riservata a una minoranza. Eppure, nel dibattito pubblico, questo principio viene sistematicamente rovesciato, soprattutto quando si parla di caccia al cinghiale, oggi presentata come necessaria, inevitabile, perfino “ecologica”.
La realtà è ben diversa. Volgare o nobile che venga definita, la caccia resta un atto di violenza. Non diventa tutela della natura solo perché qualcuno tenta di raccontarla così. I cinghialai amano descriversi come custodi dell’ambiente, ma i loro siti internet, le fotografie ostentatamente cruente e i comunicati intrisi di arroganza e falsità raccontano un’altra storia: quella di un mondo che glorifica il sangue e la sopraffazione.
In questa narrazione edulcorata scompaiono anche le vittime collaterali: i cani. Durante la stagione venatoria vengono feriti o uccisi dai cinghiali, come gli stessi cacciatori ammettono. A caccia chiusa, molti di loro vengono condannati a una vita di reclusione: canili improvvisati nei boschi o ai margini delle città, catene corte, buio, freddo o caldo estremi, cucce di fortuna fatte di materiali di scarto. Strumenti, non esseri viventi. Utili finché funzionano.
La caccia al cinghiale, oltre a essere brutale, è anacronistica e pericolosa anche per l’uomo, come dimostrano i morti e i feriti che ogni anno si registrano. Ma c’è di più: i cacciatori dimenticano di ricordare che il piccolo cinghiale autoctono italiano, meno prolifico e di dimensioni ridotte, è quasi scomparso. Sterminato. Quelli che oggi invadono campagne e periferie sono in gran parte cinghiali alloctoni, più grandi e prolifici, provenienti dall’Europa orientale.
E come sono arrivati in Italia? Attraverso importazioni, allevamenti, introduzioni e ripopolamenti promossi proprio dal mondo venatorio. Gli stessi che oggi invocano abbattimenti indiscriminati in ogni periodo dell’anno, gridando all’emergenza. Una contraddizione clamorosa.
La legge parla chiaro. La normativa sulla caccia prevede piani di miglioramento ambientale, controlli genetici, metodi ecologici per il contenimento della fauna. Uccidere non è un metodo ecologico. Introdurre specie alloctone non è compatibile con la tutela degli ecosistemi. Dietro l’emergenza cinghiali si muovono interessi precisi: hobby armati, commerci, filiere economiche che hanno bisogno di animali da uccidere. I cacciatori sono una minoranza numerica, ma godono dell’appoggio di armieri, ristoratori e di una politica spesso ricattabile. La maggioranza dei cittadini, favorevole alla tutela dell’ambiente e degli animali, resta invece senza voce, non rappresentata da lobby organizzate.
Nel frattempo lo Stato spende milioni di euro pubblici per risarcire danni agricoli e finanziare ripopolamenti a scopo venatorio. E gran parte dei mass media, salvo rare eccezioni, si limita a rilanciare le posizioni delle associazioni di caccia senza un reale approfondimento.
Basterebbe guardare più da vicino: leggere i linguaggi, osservare le immagini, capire il “come” e il “perché”. E soprattutto garantire una vera par condicio dell’informazione. Perché l’ambiente è un bene comune, non una riserva di caccia. E una società che si definisce civile dovrebbe avere il coraggio di dirlo fino in fondo.