ANNO 16 n° 273
''Con le tue parole racconterò a mia figlia cos'è il femminicidio''
07/06/2013 - 01:44

''Caro Michele, ho letto il tuo pezzo sul femminicidio ed è veramente un bell'articolo perché trasporta il mostruoso nella quotidianità. Tante volte, le donne che hanno la fortuna di essere indipendenti economicamente e quindi mentalmente, fanno fatica a capire perché le altre accettino soprusi e violenze.... e la questione del pavimento lavato e subito risporcato è molto azzeccata... lo faccio girare fra le amiche e lo faccio leggere a mia figlia.. grazie''.

Lettera firmata

 

risponde Michele Palazzetti:

 

VITERBO - Sei “una firma' del giornalismo e i tuoi complimenti mi gratificano. Ancor più il fatto che voglia far leggere le mie righe a tua figlia.

Ho qualche riserva sul fatto che l'indipendenza economica comporti quella psicologica. E' un passo fondamentale, una condizione privilegiata, ma dubito sia di per sé sufficiente. Ho incontrato donne che lavorano, ricoprono ruoli di responsabilità in aziende, o sono titolari di attività, ma che non sono libere da trappole e condizionamenti nel rapporto con il partner.

Le nostre giovani figlie fanno fatica a immaginare quale fosse la condizione della donna solo trent'anni fa. Grazie a chi si è battuto prima di loro possono dare per scontate alcune acquisizioni storiche che le fanno più emancipate. Ma proprio perché danno per scontate queste conquiste sono deboli, esposte, ancora fragili.

Non è terminata, la traversata del deserto.

Siamo alla ridefinizione delle identità, femminile e maschile e, quel che più conta, alla ridefinizione delle modalità di relazione.

Con colpi di coda violenti di machismo d’altri tempi. Con sottili ricatti emotivi di nuova coniazione. E con smarrimenti. Contraddizioni.

L’utero è mio, gridavano in corteo le femministe. Oggi diamo per scontato che le nostre figlie sappiano appartenere tutte a se stesse. Poi le accusiamo di non essere come noi; di non essere noi; di non essere come vorremmo fossero.

Non ambisco ad essere genitore perfetto. Né mi flagellerò per le mie imperfezioni. Spero sia di maggior sostegno alle mie figlie il fatto che alla mia età ho sufficiente fiducia in me per non accontentarmi di quello che sono. Mi faccio ancora domande. E cerco di costruire nuove risposte. E’ il mio modo di concepire il rispetto per l’altro: ricordarmi che è altro da me e che tale resta, qualsiasi vicinanza mi conceda.

E’ anche la base su cui incontro le persone che vengono a confrontarsi con me sulle modalità di un rapporto d’amore. Nella coppia, o tra genitori e figli. Non ho un modello da esportare, non ho crociate da fare.

Aiuto le persone a verificare l’efficacia del loro modo di concepire la realizzazione di sé nel rapporto con l’altro. A farsi domande per vivere meglio. Meglio assai.






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