ANNO 16 n° 274
Comunicazione prestante o trasandata? L’Oréal non ha dubbi: puntiamola sull’ironia
Rubrica 'Pubblicittà' a cura di Elsa Berardi
Elsa
14/08/2025 - 09:49
di Elsa Berardi

VITERBO - Una billboard promozionale di 15 secondi, la prorompente contrapposizione anni d’oro/età che avanza e una delle star più paparazzate al mondo: i lievitanti naturali di uno spot efficace, seppur contaminato da sporadici additivi. Quali, per l’esattezza? Quelli che si esauriscono nel fascino di Eva Longoria o la mancata distensione nella creazione di un sipario ad hoc, che demonizza con il colore nero un ingombrante nemico fisico?

E attenzione, non è affatto il messaggio specie-specifico dell’anti-ricrescita – capelli curati e rivitalizzati, un aspetto globalmente più sensuale – a destare impacci all’interpretazione del claim, bensì la scelta di evidenziare i cambiamenti esteriori come “peggiore incubo” per una donna. E la nostra Longoria, seppur seducente, sa celebrare con le occasionali sneaker il suo imperfetto metro e 57. Quindi, sui tratti autentici del corpo si potrebbe auspicare uno stress più vivace… Ma in che modo, “rei” come siamo di estrapolare da ogni sfoggio un canone? Di ammorbidire gli spigoli e aguzzare le rotondità?

Qualcuno additerebbe la statuaria ellenica, prima promotrice di uno sviluppo regolare, ma L’Oréal esce dal match a testa alta, costruendo una sagace ironia sulla mancata accettazione di sé stesse.

Qualcosa di vignettistico, se troppo accentuato, dunque suscettibile di essere parodiato. Ma la parodia è unione delle fazioni e non ha bisogno di risolversi nel contrasto: senza girarci intorno, l’effervescenza della testimonial è qui relegata a vestale dell’anti-bianco, anziché rappresentare un esempio più tollerante.

Sapere che l’amor proprio, soprattutto se femminile, è quotidianamente a rischio (la statistica, purtroppo, lo conferma) non aiuta a focalizzare lo spot, né a proiettare lo spettatore sulla morale che propone: la billboard si appoggia alla sua testimonial a partire dal secondo frame, e pare non volerla investire di un’importanza spropositata. Una scelta assennata, finché non le compare in mano il prodotto “killer della ricrescita”, queste le parole dello spot, che viene impugnato con una certa veemenza.

Terza scena: una Longoria con espressione esterrefatta prelude a un payoff eloquente, “La ricrescita ha i secondi contati”. Un ospite sgradito da estirpare, è giusto, con cui però non si riesce a convivere e che non è più comunicato con lentezza.

Molte strategie promozionali, specialmente se usate dai cosmetici o dai provider telefonici in caso di star tecnofile, presentano la celeb a mo’ di mediatrice, prodiga di soluzioni da offrire per contrastare i disagi quotidiani. Un’amica della porta accanto che si è realizzata, per intenderci: ruolo che la Longoria, forte del suo sorriso aperto, avrebbe potuto interpretare con equilibrio.

Ogni prodotto è comunque titolare di una strategia definitoria: i tentativi di riforma non possono essere praticati, in particolar modo se esso vive di un portfolio espositivo che lo identifica. I messaggi, in ogni modo, avrebbero un nuovo esito in una società più franca, disponibile alla comprensione e all’accettazione non costruita del diverso.

Si può concludere l’analisi così: il cosmetico non deve essere snaturato e lo spot, a cui attribuiamo spesso delle onte, non può influenzare il pensiero più di quanto lo facciano i più inevitabili contesti sociali, ma saprebbe contemplare con successo più sfaccettature di quelle che si trova a riassumere (anche in un mondo complesso, e più “bello” che opportuno come il nostro).






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