

di Andrea Stefano Marini Balestra
VITERBO - Davanti al Collegio presieduto dal dott Eugenio Turco è proseguito l’altro ieri il processo a carico di un commerciante d’auto dell’Alta Tuscia accusato di aver posto in vendita vetture provenienti da furto, ma clonate nella matricola con altre analoghe vendute all’estero.

L’operazione coordinata dal sostituto procuratore Capezzuto fu condotta durante il lockdown del 2020 e tutto partì dal sequestro di un’auto ad un ignaro acquirente di una fiammante FIAT 500 vendutagli dall’imputato.
Le indagini portarono a conoscere che esisteva un’organizzazione gestita da un napoletano, Maresca (già condannato ad anni tre e mesi sei di reclusione), che provvedeva alla “ripulitura” e “riverginazione” di auto rubate che poi cedeva a commercianti in Italia.
Come ha spiegato l’ispettore Di Paola della polstrada di Viterbo nella sua deposizione, alcune vetture, in particolare la ultracommerciabili FIAT 500 e JEEP Renegade, dopo il furto subivano l’abrasione del numero originale di telaio sostituendolo con altro di una vettura esportata all’estero, così le vetture poste in vendita apparivano d’importazione e pronte per la nazionalizzazione in Italia, ma in realtà erano cloni.
Il commerciante viterbese, ora alla sbarra, per la sua difesa, è vittima dei suoi fornitori che gli avrebbero taciuto le effettive provenienze delle vetture.
Il cittadino, uno dei dodici che subirono sequestri della vettura a loro venduta regolarmente pagata all’imputato, ha riferito che dopo il fatto, il venditore gli offrì in cambio un’analoga vettura, anzi migliore.
Nessuna delle “vittime” del commerciante imputato si è costituita parte civile, solo le assicurazioni che avevano risarcito i furti delle auto.
Il processo è stato aggiornato per il proseguo prove.