

VITERBO - Sai quando il caldo d'estate spinge a cercare l'ombra magra dei cortili a mezzogiorno, o addirittura il refrigerio degli androni nei palazzi? Era un'occasione così; con una piccola banda di ragazzi che parlava lento. Ci scambiavamo le ultime sulla tormentata scelta della facoltà universitaria. Non erano ancora i tempi del numero chiuso e dei test d'ammissione. I più, di noi, arrivarono proprio all'ultimo a decidere e non di rado contraddicendosi da un giorno all'altro. Eravamo lì a dichiarare ciascuno la sua mossa; tanto per dirla ad alta voce e sentire che effetto facesse a noi stessi quella scommessa sul futuro. Chi Medicina, chi Lettere e via dicendo.
Fino a quando, Pippo, con slancio un po' sopra le righe disse: Ingegneria nucleare.
Silenzio.
Pippo non era esattamente un campione dello studio. E a nessuno risultava del medesimo una propensione diversa dal girare col motorino e spararle grosse.
Il fatto che in quel momento fosse appiedato non sembrava motivo sufficiente a dargli più credito del solito.
La reazione, a base prevalente di risate, fu mitigata solo dal caldo. Uno, il più serio, gli spiegò che al massimo si sarebbe potuto iscrivere a Ingegneria, salvo più avanti scegliere un indirizzo specifico. Per nulla perso, col sorriso perenne e un poco sghembo, Pippo replicò: boh, io mi sono iscritto a ingegneria nucleare.
Nei giorni a seguire, la caustica e impietosa ilarità dei giovani fece circolare all'impazzata un serie di derivati: io farò architettura nucleare; io invece matematica nucleare; e via celiando.
Come coach mi capita che persone diverse, per lo più giovani, dichiarino di desiderare un lavoro che li soddisfi, li gratifichi. Sono addestrato a far sì che il mio interlocutore precisi il suo obiettivo fin quando questo sia espresso in modo chiaro e sia realizzabile. Ad esempio, aiuto la persona a capire cosa intenda per 'soddisfazione' e 'gratificazione'. Poi arriviamo a definire cosa potrebbe fare per individuare ciò che cerca e infine cosa potrebbe fare per rendere più efficace ancora la sua ricerca.
Ma in tutto ciò, al buon lavoro che con me hanno fatto i maestri che ho avuto, si aggiunge quell'illuminazione che debbo a Pippo. Perché allora capii una cosa fondamentale per la mia vita: non sapevo che lavoro avrei fatto, ma sentivo che avrei dato il mio meglio per farlo in un modo speciale. Capii che ero più interessato a come avrei svolto un compito, piuttosto che al compito stesso. Sarei stato un insegnante, un teatrante, un giornalista o un giornalaio, ma qualsiasi cosa l'avrei fatta in modo 'nucleare'. Forse io e Pippo davamo significato diverso all'espressione; forse ciascuno di noi le dà significato diverso. E il punto è proprio questo: quanto più di me riesco a mettere nel modo in cui interpreto un lavoro, tanto più avrò la possibilità di sentirmi realizzato.
Per questo, grazie, Pippo. Auguri a te e a chi mi legge. Nucleari, s'intende.