ANNO 16 n° 273
Chi ha infestato
la Tuscia col Cinipide?
Una pista porterebbe
a Vallerano
28/10/2011 - 02:34

VITERBO – Chi sono gli “untori” che hanno infestato con il cinipide i castagneti dei Cimini? Sulle macerie di quale abitazione dovrebbe essere eretta, a perenne monito, la “colonna infame”? E’ certo che i loschi figuri non saranno mai individuati. Tuttavia, qualche brandello di verità potrebbe essere trovato. Non basterà a mettere insieme l’identikit degli untori, ma ad indicare dove e come hanno agito sì.

Ci sono due date cui fare riferimento: il 10 e l’11 ottobre 2002. Due giorni che potrebbero dirla lunga sull’intera faccenda. Un quotidiano locale, il 10 ottobre, pubblicò un articoli intitolato “Castagne aliene sui Cimini”, che aveva un occhiello ancora più esplicativo: “Si diffonde l’uso di misteriosi cultivar, a rischio le specie autoctone”. L’articolo era completato da due fotografie che mettevano a confronto un riccio “alieno” e uno “terrestre”, tre castagne “aliene” e tre “terrestri”. La differenza era evidente: gli esemplari “alieni” erano enormemente più grossi di quelli “terrestri”.

Il riccio grande come un melone era stato raccolto a Vallerano e consegnato al cronista da un agrcoltore che non esitò a definirlo “mostruoso”.

Il giorno stesso il cronista mostrò le foto al professor Bruno Paparatti dell’Università della Tuscia, un’autorità a livello internazionale in materia, il quale rilasciò dichiarazioni pesanti come macigni, pubblicate l’11 ottobre.

“Si tratta di cultivar euro-giapponesi - spiegò Papratti - e c’è il grosso rischio che siano state importati senza controlli da aree infestate dal cinipide del castagno”. Una roba, il cinipide, della quale non si era mai sentito parlare a queste latitudini. E dopo aver spiegato cosa è e quali danni provoca l’insetto, Paparatti aggiunse: “La castanicoltura locale corre due gravi pericoli: l'imbastardimento della specie autoctona e, soprattutto, un’infestazione da cinipide, che potrebbe causare danni irreparabili”.

Più avanti lo studioso auspicava il varo di “un disciplinare che, tra l’altro, impedisse la messa a dimora di cultivar non autoctoni e vietasse  l'importazione di piante senza certificazione d’immunità dai parassitoidi come il cinipide”.

Alla domanda su perché gli agricoltori locali avessero introdotto quelle piante, Paparatti rispose: “Perché hanno una spiccata resistenza al ‘cancro della corteccia’, una minore sensibilità nei confronti del ‘mal dell’inchiostro’, uno sviluppo contenuto che consente di realizzare impianti con sesti più ridotti (occupano meno spazio, ndr), una spiccata precocità nell’entrata in produzione, un’elevata pezzatura dei frutti, che presentano le caratteristiche del marrone, una precoce maturazione, che inizia a settembre, cioè prima dei marroni e delle castagne locali...''.

Ma c’è un altro indizio che potrebbe aiutare a individuare gli “untori”. I primi avvistamenti di cinipide nel Viterbese, infatti, risalgono proprio al 2001-2002, periodo in cui la posa di piantine euro-giapponesi spopolava. Vuoi vedere che, scava, scava, a causare l’infestazione sono stati proprio coloro che oggi battano cassa.




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