

VITERBO – Non c’è storia. Bene, anzi benissimo, chi fa girare l’economia e, senza troppi problemi (del tipo inviti poco graditi e una marea di piatti da lavare), prenota un tavolo al ristorante, ma per la maggiorparte delle famiglie il cenone della vigilia di Natale è sacro. E si fa a casa, tra parenti. Quelli alla lontana, quelli che non si vedono mai e quelli che fanno domande scomode inclusi. La tradizione non si tocca, figuriamoci a tavola, e allora ecco i piatti tipici della Tuscia, che si ceni a casa o al ristorante e, ça va sans dire, solo pesce.
Tra i primi, se proprio si vuol rispettare la tradizione, troneggiano gli spaghetti al tonno e quelli alle vongole, ma non è raro proporre anche una linguina allo scoglio. Prima o dopo i primi, o tra una portata e un’altra, tanto per aggiungere quella botta di calorie in più, come rinunciare ai fritti: gobbi e verdure in pastella, frittelle di broccoli o di baccalà. Baccalà che va forte anche tra i secondi, per esempio arrosto o in umido. Immancabile, poi, la sera del 24, il capitone, ma guai proporlo ai più piccoli. Il tutto innaffiato dai vini bianchi: quelli a chilometro zero (Grechetto, Est! Est!! Est!!!) o magari le bollicine.
Poi, l’atto finale. Pioggia di frutta secca, pandori e panettoni (con o senza canditi) a parte, due sono i dolci più comuni delle nostre parti: i maccheroni dolci con le noci e il pangiallo. E non è vigilia senza assaggiarne almeno un boccone.
A mezzanotte tutti a messa e poi, magari dopo un bel digestivo, si rispolverano carte, tombola e mercante in fiera. Si sta in famiglia o tra amici e fino a notte fonda. Giusto il tempo di riposare le fauci per il secondo round, il pranzo di Natale. Ma questa è un’altra storia.