ANNO 16 n° 276
Caso Orlandi, riaprire la tomba del boss
04/04/2012 - 09:50

Poche righe, ma eloquenti. E Giuseppe Pignatone segna il percorso nel prossimo futuro di una delle indagini più delicate per la procura che dirige da due settimane, quella sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.

E soprattutto traccia un solco profondo tra il sistema delle «indiscrezioni», come quelle filtrate due giorni dagli inquirenti che si occupavano del caso, diretti da Giancarlo Capaldo, e il nuovo corso della procura di piazzale Clodio.

Le soffiate arrivate nelle redazioni puntavano il dito contro il Vaticano: «C’è ancora qualcuno che conosce la verità sulla scomparsa della ragazza». E gettavano la spugna sul caso De Pedis: «Inutile riaprire quella tomba nella basilica in piazza Sant’Apollinare». Ieri è arrivato il comunicato ufficiale di Pignatone: «Ogni ulteriore iniziativa di indagine nel procedimento sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sarà diretta e coordinata dal procuratore della Repubblica che ha assunto la responsabilità della Direzione distrettuale antimafia».

Come dire: quelle che sono state pubblicate, sono considerazioni personali di chi non è più incaricato di seguire il caso. E ancora, per essere più chiaro: «Le dichiarazioni e le valutazioni sul procedimento per la scomparsa della Orlandi attribuite da alcuni organi di informazione ad anonimi inquirenti della procura di Roma non esprimono la posizione dell’Ufficio».

E’ un segnale forte, dalla duplice valenza. Il primo messaggio è alla famiglia di Emanuela Orlandi, al fratello Pietro e a tutti quelli che ancora chiedono di sapere la verità: le indagini proseguiranno in tutte le direzioni, indistintamente. E se sarà ritenuto di interesse investigativo riaprire la tomba del boss della Magliana, individuata proprio da un’inchiesta del Messaggero del luglio ’97, la lapide sarà scoperchiata. Quella di Pignatone è anche una risposta a distanza ai familiari di Emanuela, che ieri, attraverso il loro legale, Massimo Krogh, hanno ribadito di aver «vissuto con dignità questa tragedia e che non sono disposti a rassegnarsi all'oscurità». Questo avviene proprio almeno un gendarme del Vaticano sarebbe stato identificato a scattare alcune fotografie il 21 gennaio scorso durante una manifestazione organizzata dai parenti di Emanuela davanti alla basilica di Sant’Apollinare. L’iniziativa era stata indetta per chiedere «verità e giustizia» proprio davanti la basilica dove è sepolto De Pedis, che secondo gli inquirenti avrebbe avuto un ruolo nel sequestro della ragazza avvenuto 28 anni fa.

E poi c’è il secondo significato, da attribuire al comunicato di Pignatone, diretto a tutti i magistrati della procura di Roma. Serve a spiegare che lui non si sente di passaggio. Che resterà a piazzale Clodio per gli otto anni che la legge gli consente senza rinchiudersi nel suo ufficio, ma agendo in prima persona, con chi ritiene maggiormente meritevole di fiducia. In questo quadro si inserisce anche la ridistribuzione delle deleghe ai suoi Aggiunti, di pochi giorni fa. A Giancarlo Capaldo, già titolare della Direzione Distrettuale Antimafia e che per alcuni mesi ha svolto le delicata funzione di procuratore capo reggente, è andato il coordinamento del pool di magistrati che si occupano di terrorismo. E Pignatone ha tenuto per sé, almeno per il momento, a delega strategica alla direzione della Dda. Mentre a Franco Ionta, rientrato a piazzale Clodio dopo un lungo periodo sulla poltrona «pesante» di capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, è andata la delega alle indagini sull’immigrazione clandestina e sull’esecuzione delle pene.

Ilmessaggero.it






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