

VITERBO - Riprende questa mattina, davanti al giudice dell'udienza preliminare Franca Marinelli, il processo per la morte di Attilio Manca, il giovane urologo siciliano trovato morto nella sua casa di Viterbo, in via della Grotticella, il 12 febbraio 2004.
Dopo 10 anni di indagini e polemiche, è rimasta una sola indagata: Monica Miletti, oggi 54enne, romana, per la quale il Pm Renzo Petroselli ha chiesto il rinvio a giudizio per spaccio di droga. L'imputazione più grave, omicidio colposo a seguito di cessione di droga, è infatti prescritto dal 2011, pertanto ne ha chiesto l'archiviazione.
Per la pubblica accusa, la Mileti avrebbe fornito a Manca una dose di eroina, che il medico si sarebbe iniettata insieme a un cocktail di tranquillanti. Un mix letale che ne causò il decesso.
Le conclusione del Pm, però, non sono state mai accettate dalla famiglia di Manca, che si è anche costituita parte civile nel processo. Ad avviso dei familiari, il medico non sarebbe morto di overdose ma sarebbe stato ucciso della mafia per eliminare un testimone scomodo, dopo che era stato costretto a assistere il boss Bernardo Provenzano durante un’operazione in laparoscopia per asportare un cancro alla prostata. Operazione che fu eseguita nel 2003 a Marsiglia.
Nella precedente udienza, il pm Petroselli, ha però confermato la tesi che sostiene da anni: Attilio Manca è morto di overdose, non è stata mai trovata la benché minima prova a sostegno della tesi dell'omicidio di mafia, tutte le altre argomentazioni addotte dalla famiglia non hanno fondamento. Quindi va processata solo la Mileti per spaccio di droga.
Oggi sarà la volta degli avvocati della famiglia Manca che, a margine della precedente udienza avevano già giudicato lacunose e superficiali le indagini fin qui condotte. Ed hanno annunciato che tenteranno di far riaprire le indagini sull'omicidio di mafia rivolgendosi anche alla procura nazionale antimafia.
La famiglia Manca è assistita dall'ex pm di Palermo Antonio Ingroia e dall'avvocato Fabio Repici.