ANNO 16 n° 103
Caregiver familiari il grido delle famiglie che reggono il sistema nel silenzio
Oltre le promesse istituzionali la realtā di chi č costretto a vivere senza diritti e con un carico assistenziale che supera le 90 ore settimanali
13/04/2026 - 07:08

VITERBO - Scrivo questa lettera aperta come madre, come caregiver familiare e come cittadina, ma soprattutto a nome di tutte quelle famiglie che ogni giorno tengono in piedi da sole un sistema che, senza di noi, semplicemente crollerebbe.

Da anni si parla di riconoscimento del caregiver familiare. Si annunciano riforme, si approvano leggi, si celebrano “primi passi”, si moltiplicano audizioni, dichiarazioni e tavoli istituzionali. Ma la verità, quella che si vive nelle case, nelle notti senza sonno, nelle giornate scandite da terapie, assistenza, sorveglianza continua, burocrazia infinita e totale assenza di respiro, è molto diversa.

Il caregiver familiare continua a essere raccontato come una figura da valorizzare, ma nella pratica resta una figura sfruttata, invisibile e lasciata sola.

Chi è caregiver non lo è per scelta. Nessuno sceglie di rinunciare al lavoro, al riposo, agli amici, alla propria salute, alla propria autonomia economica e perfino alla propria identità personale. Si diventa caregiver perché si ha un figlio, una figlia, un fratello, una sorella, un genitore, una persona amata che ha bisogno di assistenza continua. E da quel momento la vita cambia per sempre.

Quando il caregiver è un genitore, il dolore è ancora più profondo, perché il rapporto tra genitori e figli è qualcosa di unico, imprescindibile, che tutti conosciamo anche al di fuori della disabilità e della fragilità. Ma questo non significa che il carico sia meno intenso quando a prendersi cura è un figlio o una figlia che assiste un genitore anziano, oppure un fratello o una sorella rimasti soli a occuparsi della propria famiglia. Anche lì esiste un legame insostituibile, fatto di responsabilità, amore, memoria condivisa e senso del dovere. Cambiano le relazioni, ma non cambia la profondità umana della cura.

“Ognuno di noi è il minimo commune multiplo della disabilità”

E il valore che viene attribuito a questo carico umano, fisico, affettivo e mentale è umiliante. Non perché il lavoro di cura non debba avere un riconoscimento economico: al contrario, noi caregiver chiediamo da anni che il nostro lavoro venga finalmente riconosciuto come tale, perché è un lavoro a tutti gli effetti.

La vera vergogna è il tipo di valore che è stato dato a questo lavoro. Si arriva infatti a riconoscere la figura del caregiver solo laddove si dimostri un carico assistenziale di 91 ore settimanali o più.






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