

di Massimiliano Morelli
Si pensava che gli schiavi del caporalato esistessero solo in alcune zone del sud Italia, anzi si era convinti della cosa. Si pensava che esistesse “solo” il caporalato per la raccolta dei pomodori. Poi, poco alla volta, si è cominciato a capire che l’esercito degli schiavi si stava allargando a macchia d’olio. E che il caporalato esiste anche in altri ambiti lavorativi, basti pensare all’operazione “”Petrol station”, che non più tardi di una decina di giorni fa ha coinvolto la Tuscia.
A oggi sono quattrocentomila i lavoratori irregolari della terra in mano a caporali e imprenditori sfruttatori; di questi l’80% sono stranieri, spesso privi di abitazioni ove trovare rifugio. Guadagnano 6 euro e in molti casi addirittura a 4 o a 2 euro all’ora, mentre il salario minimo che andrebbe erogato alle maestranze occupate è di 12 euro.
Numeri allarmanti, cui s’affianca un altro dato, le 260 inchieste aperte grazie alla legge 199/2016, di cui 143 non riguardano le regioni del sud. Le più colpite – oltre a Sicilia, Calabria e Puglia – sono Veneto e Lombardia. Il Lazio è a metà classifica, ma diventa deleterio scrivere “mal comune, mezzo gaudio”.