

VITERBO – (aml) La luce in fondo al tunnel si sta intensificando. L’indagine congiunturale sul secondo semestre 2017 effettuata da Federlazio su un campione di 350 imprese laziali associate, di cui 46 della provincia di Viterbo, evidenzia il consolidamento dei segnali di ripresa.
''Confermati il miglioramento dei livelli di produzione, l’ulteriore flessione del ricorso agli ammortizzatori sociali e la sostanziale tenuta dell’export, del fatturato e degli investimenti. Il secondo semestre dello scorso anno è all’insegna della stabilità'' dichiara il direttore Giuseppe Crea.
Il tasso di crescita delle imprese nel Lazio registra un aumento positivo (+ 0,46), inferiore al mezzo punto percentuale ma comunque migliore rispetto al dato nazionale (0,30). Sul podio Roma che traina l’intera regione, seguita da Frosinone, terzo posto per Viterbo con + 0,33.
Tra le novità dell’indagine i quesiti sull’internazionalizzazione. Complessivamente il 43% delle aziende intervistate opera sui mercati esteri, di queste il 26 percento sia su quelli Ue che nei paesi extra Ue, con un 57% che si rivolge solo al mercato interno. ''Molte imprese – rileva Crea – non riescono a iniziare un processo di internazionalizzazione perché non dispongono di risorse umane e finanziarie sufficienti. Quindi si può ipotizzare un numero maggiore di Pmi che potrebbero operare sui mercati esteri, se opportunamente dotate''.
''Un discorso che come Federlazio stiamo affrontando anche tramite la collaborazione con Italian Trade Agency, ex Ice, e promuovendo corsi di formazione per far crescere le competenze del personale dipendente''.
Formazione che si può attuare attingendo a risorse finanziarie che provengono per un 6% da fondi pubblici e per un 12 percento da quelli interprofessionali versati da aziende, associazioni datoriali e organizzazioni sindacali. Risorse attualmente utilizzate solo dal 18% delle imprese.
Stabile nella nostra provincia anche l’andamento dell’occupazione: il 57,7 percento degli intervistati ha mantenuto i livelli di forza lavoro e un 5,8% in più rispetto al sondaggio precedente ha dichiarato nuove assunzioni. C’è però anche un 16 percento che paventa una riduzione di personale nei primi sei mesi di quest’anno.
Per quanto riguarda il ricorso agli ammortizzatori sociali, Mario Adduci spiega che ''a Viterbo sono diminuite del 58% le ore di cassa integrazione autorizzate, segno meno (76,2) anche per la cassa integrazione straordinaria e il quasi totale azzeramento di quella in deroga (- 75% rispetto al 10 del primo semestre 2017) a seguito del riordino degli ammortizzatori attuato con il Jobs act''.
Resta stabile e positivo anche il livello degli investimenti effettuati dalle imprese della provincia di Viterbo, superiore alla media regionale.
In tema di accesso al credito, questione molto sentita dal mondo imprenditoriale, è diminuita la percentuale di coloro che si sono rivolti alle banche così come si registra un calo delle aziende che presentano richiesta di credito senza ottenerlo.
L’indagine evidenzia anche un clima di prevalente fiducia tra gli intervistati della Tuscia per quanto riguarda la prima metà del 2018, fiducia legata soprattutto alla stabilità sul fronte del mercato interno. Oltre la metà prevede incrementi di fatturato sia nei paesi Ue che in quelli extra Unione europea.
Il presidente di Federlazio Giovanni Calisti tirando le conclusioni sottolinea come ''il nostro tessuto imprenditoriale si trova ad operare dentro un sistema Paese che non brilla certo per livelli di efficienza amministrativa, né per la leggerezza del carico fiscale, né per la semplicità dell’apparato normativo. Auspichiamo che il ventaglio di agevolazioni introdotte dalla Legge di Stabilità 2018 possano contribuire a stabilizzare questi segnali, e questo non potrà che avvenire nel lungo periodo, con un effettivo consolidamento dell’economia''.
E in attesa di ''un quadro politico chiaro, univoco e autorevole che sappia mettere in sicurezza le dinamiche positive in atto” ribadisce che uno dei primi impegni che il mondo imprenditoriale auspica è quello di “scongiurare l’aumento dell’Iva che penalizzerebbe fortemente la domanda interna, limitare la pressione fiscale e soprattutto eliminare l’eccessiva burocrazia''.