

VITERBO - Alla vigilia dell’apertura della caccia al cinghiale, anche quest’anno le squadre si ritrovano a fare i conti con l’ennesimo pasticcio burocratico. Con un comunicato datato 3 ottobre – a caccia già iniziata – la Regione Lazio ha informato i gruppi venatori delle nuove disposizioni trasmesse dai servizi veterinari il giorno precedente, riguardanti la consegna dei campioni di diaframma e lingua per la ricerca della trichinella.
La novità, che ha lasciato basiti molti cacciatori, prevede l’obbligo di apporre una fascetta identificativa sul capo abbattuto, da inserire poi nella busta contenente il campione. “Ma a quale fine?”, si chiedono in molti. Una prassi che sembra poco applicabile, considerato che la carne del cinghiale viene tradizionalmente suddivisa tra i partecipanti alla battuta di caccia lo stesso giorno, rendendo impossibile risalire al singolo animale.
La ASL, dal canto suo, ha chiarito che ogni cacciatore dovrebbe dichiarare la destinazione della propria “parte” poiché non può utilizzare in autoconsumo più di quattro cinghiali l’anno. Una risposta che ha suscitato sconcerto tra le squadre: “È un’invenzione – protestano –. Non esiste alcuna legge o regolamento, né regionale né nazionale, che imponga un simile limite”.
L’accusa è chiara: “Si tratta di un eccesso di burocrazia che oltrepassa le competenze della ASL e mina i diritti dei cacciatori, che sono regolarmente autorizzati e in regola con le concessioni”.
Nel mirino anche l’obbligo di inserire la fascetta – che per norma (DGR 460/2018) dovrebbe essere applicata all’orecchio sinistro dell’animale – all’interno della busta con i campioni destinati all’analisi. “Basterebbe una semplice etichetta o un pennarello – spiegano – per identificare i prelievi”.
E ancora: “Assurdo chiedere l’elenco dei cacciatori che ritirano la carne a fine battuta, quando i registri di caccia contengono già tutti i dati necessari. E assurdo porre limiti inesistenti all’autoconsumo, inventando numeri e norme dal nulla”.
Dietro l’irritazione c’è il senso di una categoria che si sente sempre più penalizzata, pur ricordando il proprio ruolo di presidio attivo sul territorio. “Se si volesse davvero combattere il mercato nero della carne – aggiungono – basterebbe controllare la provenienza dei prodotti nei frigoriferi dei ristoranti. È lì che nasce l’illegalità, spesso legata al bracconaggio, non certo alle squadre organizzate e censite che rispettano le regole”.
La chiusura è amara ma ferma: “L’ennesima farsa è andata in scena, e come sempre, a pagare il biglietto sono i cacciatori. Ma noi restiamo fiduciosi: ci auguriamo che chi di dovere inizi finalmente a operare con competenza, lasciando da parte gli interessi politici e ascoltando chi conosce davvero il territorio”.