ANNO 16 n° 273
Business dell'immigrazione clandestina, ''Si sono arricchiti alle nostre spalle''
Soldi in cambio di false assunzioni per far arrivare lavoratori dallo Sri Lanka, in nove alla sbarra
31/01/2020 - 06:53

VITERBO - (b.b.) A nome di famigliari, parenti e amici avrebbero fatto arrivare dallo Sri Lanka decine e decine di extracomunitari tramite false assunzioni. Uomini e donne che, su carta, avrebbero dovuto lavorare come colf, badanti e collaboratori domestici, ma che in realtà, una volta ottenuti in cambio i dodici mesi di tempo per regolarizzare la propria posizione nella Tuscia, sarebbero stati licenziati.

Per questo, a distanza di undici anni dagli arresti, in nove devono rispondere di fronte al collegio di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ieri, dopo una valanga di prescrizioni e patteggiamenti che nel tempo hanno dimezzato il numero degli imputati, il processo è entrato nel vivo: a spiccare nella lista dei presunti responsabili il nome di Giannarosa Santini, dipendente dell’ufficio provinciale del lavoro e di sua figlia Sara Cusi, rappresentate dall’avvocato Angelo Di Silvio.

Sarebbero state loro, assieme agli altri imputati, a gestire direttamente le richieste di assunzione dei lavoratori stranieri, con guadagni che avrebbero oscillato dai 4 ai 7mila euro per ogni pratica andata a buon fine.

''Avevo da poco preso l’incarico – ha spiegato l’ex direttrice dell’ufficio provinciale del lavoro – e alcuni movimenti sospetti della Santini, che aveva le password del sistema e quindi un accesso diretto alla gestione dell’immigrazione, mi fecero allarmare. A nome di suoi famigliari, parenti e affini risultavano numerosissime richieste di lavoratori extracomunitari. Possibile che in casa avessero tutti bisogno di una colf? Così ho allertato i carabinieri''.

Le indagini portarono poi il 17 marzo del 2009 a cinque arresti, sette obblighi di firma, otto appartamenti sequestrati tra Viterbo e Canepina e 65 indagati a piede libero.

''Ricordo di aver consegnato a Sara Cusi le fotocopie del mio documento di identità, la mia dichiarazione dei redditi e la mail: non sapevo nello specifico cosa ci dovesse fare. Mi diceva che servivano a scopo umanitario. Più firme fosse riuscita a raccogliere, più beneficienza avrebbe potuto fare'' ha raccontato in aula una conoscente dell’imputata, che, a sua insaputa avrebbe fatto domanda per accogliere un extracomunitario nel 2008.

Stessa sorte degli altri testimoni, sfilati uno ad uno di fronte al collegio.

''Le ho consegnato i miei documenti. Mi sono fidata. Mi parlava di progetti umanitari. Pensavo di poter realmente aiutare delle persone'' ha proseguito un’altra vittima. E invece, con quei dati, secondo la Procura, gli imputati avrebbero presentato richieste di assunzioni di extracomunitari da cui ricevere in cambio compensi da migliaia di euro.

''Con la scusa della beneficienza, si sono arricchiti alle nostre spalle'' ha proseguito il proprietario di un appartamento a Canepina, indicato sui documenti come residenza dei lavoratori immigrati.

''Sono arrivato in Italia trent’anni fa da clandestino – ha concluso un 60enne cingalese – ho chiesto aiuto per far arrivare qui i miei cugini e parenti. Per ogni pratica ho pagato 300 euro''.

Il processo riprenderà a fine aprile.






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