ANNO 16 n° 273
Bimbi nudi sul computer,
pena di 1 anno e 4 mesi
R.F, imprenditore 38enne di Sutri, assolto dall'accusa di diffusione
05/04/2017 - 02:13

di Antimo Verde

VITERBO – Un anno e 4 mesi di reclusione per detenzione di materiale pedopornografico sul proprio computer. Assoluzione invece dall’accusa di averlo diffuso su internet. È questo il verdetto che è arrivato ieri pomeriggio per R.F., l’imprenditore trentottenne di Sutri, sposato e padre di due bambine, arrestato nel settembre 2013.

Il collegio dei giudici, presieduto da Silvia Mattei, ha anche disposto il pagamento di 5.000 euro di multa, delle spese processuali e l’interdizione perpetua per l’uomo dalle scuole e dai pubblici uffici frequentati dai minori.

La vicenda ha avuto inizio nel 2011, quando i carabinieri indagarono l’imprenditore dopo le segnalazioni di alcuni genitori su presunti atti osceni davanti a delle bambine. Da lì la perquisizione nella sua abitazione dove, nascosto in uno scantinato, gli uomini dell’Arma hanno trovato un pc contenente del materiale pedopornografico in cui erano ripresi dei bambini, dai 2 agli 11 anni, in atti sessuali con adulti.

Oltre 25mila foto e 9mila video ritrovati sul computer protetto da password e collegato ad un monitor da 46 pollici. Le cartelle con all’interno il materiale, secondo quanto accertato dalla polizia postale, erano ordinate in modo scrupoloso, in base all'età e al tipo di rapporto consumato. ''Ero a conoscenza del contenuto di quei file – ha ammesso l’uomo in aula, negando però di averli scaricati volutamente da Emule (un programma di file sharing, ndr) –, ma non li ho mai fatti visionare ad altri o diffusi su internet. La mia colpa è stata di spostarli nelle cartelle invece di cancellarli. Quello che ho fatto è stato un errore grosso e gravissimo ma ho collaborato fin da subito alle indagini''.

''La mia vita è rovinata – ha proseguito l'imputato –, dopo quello che è successo è scattato un provvedimento del tribunale dei minori che mi impedisce di vedere le mie figlie e sono in fase di separazione da mia moglie. Ora esco di casa solo per andare a lavoro e pagare il mantenimento, ma non ho più una famiglia e nemmeno una vita sociale. La pubblicazione degli articoli sulla stampa mi ha distrutto. Ho intrapreso e sto portando avanti un percorso terapeutico con psicologi e specialisti per affrontare questa situazione''.

''Questa vicenda – ha detto durante l’arringa conclusiva Vincenzo Petroni, l’avvocato difensore – ha avuto un'eco notevole e forse eccessiva rispetto al fatto, che seppur grave, non è 'straordinariamente grave'. Non appena è stato arrestato, R.F. è stato dipinto come un orco, sbattendolo in prima pagina con tanto di fotografia, indirizzo, numero civico e quant’altro. Questo si è ripetuto nel tempo per ogni step del processo. Ha subito la pena della gogna mediatica, pena che non auguro a nessuno di ricevere nella vita. Abitare in una paese di 6.000 abitanti e avere paura di uscire di casa per non essere insultato e additato come mostro è veramente difficile''.

''Tusciaweb – ha sottolineato l'avvocato – ha riportato articoli con titoli 'particolari' e 'dubbi', lasciando intendere che il mio assistito abbia filmato e abusato di bambini, cosa non vera. Molti però ci hanno creduto e lo hanno crocifisso, chiedendo su internet la pena di morte per lui e per me che sono il suo difensore. Il mio assistito ha perso tutto quello che ha conquistato in 38 anni di vita: la stima all’interno della comunità, gli amici, il rapporto con le figlie e con la moglie''.

''Sull'accusa di diffusione dei file pedopornografici con altre persone – ha spiegato Petroni –, è stato accertato dalla perizia che non ci sono state condivisioni: è vero che Emule condivide frammenti di file durante il download ma è vero anche che R.F. ha fatto tutto il contrario, spostando il materiale dalla cartella di condivisione del programma in altre non accessibili a terzi. Per quanto riguarda la detenzione, ha fatto un errore madornale, dovuto a una situazione psicologica che in quel momento non era buona, ma ha ammesso la sua colpa e ha chiesto scusa alla famiglia. Ha inoltre collaborato dall’inizio alle indagini e ha cercato in questi quattro anni di riscattarsi, portando anche avanti un percorso di cura''.

''Bisogna dargli la possibilità di riprendersi – ha concluso l'avvocato, chiedendo la clemenza della corte e il minimo della pena – e la speranza di tornare a vivere''. Richiesta che è stata accolta dal collegio dei giudici.






Facebook Twitter Rss