ANNO 16 n° 273
Berlusconi: 'Figli si sentono come ebrei con Hitler'
07/11/2013 - 09:10

Un paragone ''non solo inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibili sofferenze, della vita stessa''. Queste poche affilate parole del presidente dell'Unione delle Comunita' ebraiche italiane, Renzo Gattegna, ben descrivono lo sdegno del mondo ebraico per uno 'sfogo' a dir poco azzardato di Silvio Berlusconi trascritto da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. 'I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso', ha detto il Cavaliere parlando di quello che, a suo avviso, è un attacco a 360 gradi alla sua persona, dopo che Vespa gli aveva chiesto se fosse vera la proposta dei figli di vendere tutto. Ma il ''paragone'' tra la condizione dei suoi rampolli e quella dei figli degli ebrei deportati, bruciati ed uccisi nei campi di sterminio è davvero violento. Infatti in pochi minuti si alza forte la voce della Comunità ebraica mentre il Pd parte all'attacco definendo ''agghiaccianti'' le parole del Cavaliere. Duro anche il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: ''riteniamo il paragone fatto col popolo ebraico sotto le persecuzioni di Hitler, il cui progetto era lo sterminio, assolutamente fuori luogo''. Tace l'ambasciata di Israele a Roma, ma ce n'è abbastanza per indurre Berlusconi ad intervenire per gettare acqua sul fuoco. ''Si tratta di una polemica smaccatamente strumentale su una frase estrapolata da un ampio contesto. La mia storia, la mia amicizia verso Israele, la mia coerente azione di governo in favore dello Stato di Israele, non consentono alcun dubbio sulla mia consapevolezza della tragedia dell'Olocausto e sul mio rispetto del popolo ebraico', ha detto in serata.

 

Scontro Pdl-Grasso su decadenza Berlusconi - Perde la prima battaglia, il Pdl. Nella guerra di trincea ingaggiata al Senato in vista del 27 novembre, c'è subito una battuta d'arresto. Il presidente del Senato Pietro Grasso afferma che non ci sono ragioni per invalidare, come chiedono i pidiellini, la decisione della giunta sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Nessun margine per riaprire la discussione. Ma il Pdl non accetta un 'no' come risposta. Attacca Grasso. E chiede il rinvio del voto in Aula. Saranno tre settimane lunghe, da qui alla data in cui si voterà per privare il Cavaliere della carica di senatore. 'Non arretreremo di un passo', proclama nell'emiciclo di Palazzo Madama Renato Schifani. E i senatori Pdl spiegano che non tralasceranno neanche un cavillo per cercare di bloccare la decisione. Perciò, mentre si studiano le mosse per l'Aula, il tentativo è far annullare il sì alla decadenza della giunta. I berluscones sostengono che quella decisione non è valida perché il 5 Stelle Vito Crimi e altri hanno pubblicato messaggi su Facebook e Twitter nel corso di una seduta che doveva essere segreta. E Grasso convoca un Consiglio di presidenza per esaminare la questione. Ma quando capiscono che Grasso è per la 'archiviazione' della loro richiesta, insieme agli alleati Lega e Gal vanno via per far mancare il numero legale, nel tentativo di tenere la questione aperta. E riuscire a ottenere, se non l'annullamento del voto della giunta, lo slittamento dell'Aula. Grasso però appare irremovibile. Quel voto, spiega, in base al regolamento del Senato doveva essere semmai annullato e fatto immediatamente ripetere dal presidente della giunta per le elezioni Dario Stefàno, anche perché la questione dei post di Crimi era stata sollevata dal Pdl già in corso di seduta. Ora, a un mese di distanza, il Consiglio di presidenza potrebbe al più intervenire con sanzioni per i senatori. Ma nessuno le ha richieste. Dunque, questione chiusa. E chiuso anche il Consiglio di presidenza, perché non c'è nulla da votare e il fatto che il Pdl abbia fatto mancare il numero legale non inficia alcunché. Schifani annuncia che chiederà formalmente una nuova convocazione del Consiglio di presidenza.

 

Berlusconi accelera resa dei conti nel Pdl - Un lunghissimo incontro con Raffaele Fitto e poi una telefonata con il vicepremier Angelino Alfano. Silvio Berlusconi alla fine di una nuova giornata di riunioni rompe gli indugi e si convince a dar retta ai lealisti che da tempo (l'ex ministro degli Affari Regionali è stato il primo)gli suggerivano di anticipare il Consiglio Nazionale. E così il Cavaliere nel tardo pomeriggio da' mandato di diffondere la lettera di convocazione del Cn per il 16 novembre. Una netta accelerazione rispetto all'8 dicembre, data stabilita all'ufficio di presidenza del 25 ottobre, per arrivare al voto sulla decadenza al Senato da leader saldamente in sella alla nuova Forza Italia. I governativi rispondono con un documento che oltretutto rimarcherebbe la loro forza al Senato con trenta firme acquisite. Raccontano che la decisione del Cav di affrettare i tempi sia stata dettata in parte anche dall'umore sempre più nero a cui contribuisce il caos che regna ormai nel Pdl diviso in due tronconi. Ora basta - sarebbe stato il ragionamento dell'ex capo del governo - mi sono stancato di questa guerra di dichiarazioni che prosegue nonostante abbia detto a tutti di abbassare i toni. Alla difficoltà ormai di gestire le due anime pidielline si aggiunge la rabbia per il timing deciso al Senato sulla decadenza. Un calendario ostico, gli avrebbero fatto notare i commensali oggi a pranzo, contro cui bisogna opporsi: Presidente - sarebbe stato il ragionamento posto dai lealisti - dopo aver votato la la legge di stabilità e la tua decadenza sara' inutile fare il consiglio nazionale, rischierebbe di diventare una sorta di funerale mediatico. Ovviamente l'ultima decisione spetta a te, se ascoltate i nostri consigli oppure continuare ad aspettare come ti suggeriscono i governativi. A nulla questa volta sarebbe valso il pressing di Gianni Letta che da sempre gli consiglia prudenza e così l'ex premier decide di firmare la lettera di convocazione.

ansa.it






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