

di ARNALDO SASSI
L’impressione è che il Pd si sia incartato un’altra volta. Giacché il patto d’acciaio stretto da Pierluigi Bersani con Nichi Vendola in vista delle prossime elezioni politiche rischia di essere spazzato via dalla ormai probabile discesa in campo di Mario Monti, l’uomo che tutti vogliono alla guida dell’Italia, in Europa ma anche negli Usa. E il nervosismo che in questi giorni filtra tra i vertici dei democrat ne è la più ampia testimonianza. Certo, anche se in modo piuttosto ruvido – come del resto è suo costume – il ragionamento di Massimo D’Alema (“Sarebbe immorale una candidatura Monti alternativa al Pd, che lo ha sempre sostenuto”) è in un certo senso congruo. Ma nel ragionamento di “baffino” manca un elemento determinante: che il Pd, avendo abbandonato quella vocazione riformista che lo fece nascere nel 2007, s’è buttato troppo a sinistra e per il professore della Bocconi sarebbe impossibile un’alleanza con chi ha sempre contestato la sua agenda, nonostante gli sforzi di equilibrismo che il buon Pierluigi Bersani compie un giorno sì e l’altro pure per tenersi tutte le porte aperte, compresa quella del dialogo coi moderati. Del resto, se Papy-Berlusca ha deciso di ridiscendere in campo, lo ha fatto proprio perché Bersani gli ha dato il destro per potersi erigere ancora una volta a paladino dell’anti-comunismo, motivazione che in Italia ha sempre un certo appeal. E gli schiaffoni arrivatigli da tutta Europa potrebbero non essere sufficienti per frenarlo.
Ora, nel marasma politico in cui si trovano tutti i partiti (centrodestra in primis), per il Pd questa rischia di essere l’ennesima occasione persa. Giacché, se Monti dovesse decidere di rimanere in panchina sarebbe comunque difficilissimo (se non impossibile) ottenere la maggioranza in Senato ( e allora l’unica soluzione possibile sarebbe quella di riproporre la strana maggioranza che ha governato nel 2012, col Berlusca dentro); se invece il professore scendesse in campo si assisterebbe – come dice D’Alema – a una lotta fratricida in cui il Pd sarebbe destinato a fare – con tutta probabilità – la parte del comprimario.
Tutto ciò è chiarissimo a una vecchia conoscenza viterbese, ovvero l’on. Beppe Fioroni, che ormai da mesi capeggia l’ala cattolica del Pd, stando alla finestra con le orecchie ben dritte. Peppino, al di là delle sue dichiarazioni di prammatica, è da tempo pronto al grande salto qualora la lista Monti dovesse concretizzarsi (“Perché quella sarebbe casa mia” si sarebbe lasciato sfuggire, confidandosi con un amico). E questo sarebbe il colpo mortale per Bersani e per il partito, che a quel punto potrebbe tornare tranquillamente a chiamarsi Ds, visto che così cadrebbe l’ultima foglia di fico dello schieramento riformista.
E allora? A lume di naso, forse l’unica ciambella di salvataggio per Bersani sarebbe quella di una strambata, stile Coppa America di vela, che porti a un’alleanza pre-elettorale coi moderati e a una contemporanea separazione consensuale con Vendola e i suoi fratelli. Impedendo anche la trasmigrazione fioroniana, che sente ogni giorno di più il richiamo della foresta, ovvero della sua mai dimenticata e rinnegata Democrazia Cristiana. Ma Bersani, dopo aver vinto le primarie, avrà la lucidità necessaria per cogliere l’attimo?