

di Andrea Arena
VITERBO – Quale futuro per la sanità italiana? Bella domanda, domanda dalle cento pistole, alla quale hanno cercato di rispondere un po' tutti, nei modi più disparati, a volte anche bizzarri o peggio deleteri. Gli ultimi in ordine di tempo a cimentarsi sul tema sono stati quelli dell'Unione comunale del Partito democratico, con l'incontro sul tema di cui sopra e ospiti illustri, nella sala convegni dell'hotel Salus Terme. Illustri come il sottosegretario alla Sanità, Vito De Fillippo, ai presidenti nazionali dell'ordine dei medici (Roberta Chersevani) e degli infermieri (Barbara Mangiacavalli). Ha dato buca, invece, il subcommissario regionale alla Sanità, Giovanni Bissoni, trattenuto a Roma da riunioni tra allarme terrorismo e preparazione del Giubileo. Il tutto è stato moderato dal direttore di Quotidiano Sanità Cesare Fassari, col segretario dell'Unione comunale del Pd, Stefano Calcagnini, che ricordato le vittime degli attentati di Parigi e chiamato il minuto di raccoglimento.
Ma al di là dei massimi sistemi sullo stato di salute del comparto salute nazionale – che qui interessano poco, e restano sullo sfondo – vale la pena mettere in evidenza le questioni locali. A partire dal completamento dell'ospedale di Belcolle, chimera inseguita, spacciata, annunciata e ancora lì, in fuga. La prima a tirare fuori la questione è stata la delegata comunale alla sanità, la battagliera Martina Minchella, che senza alcun timore reverenziale ha scandito: ''I lavori per realizzare il corpo A3 sono iniziati quando io non era ancora nata. E non sono mai finiti''. Senza svelare la giovane età della consigliera, si sappia che parliamo di oltre un ventennio fa.
E' stato poi il padrone di casa, il deputato Giuseppe Fioroni, a metterci il carico da undici: ''Non è possibile che nessuno sia chiamato a rispondere delle strutture incompiute, che nella sanità italiana abbondano. Qualcuno ne deve rispondere, sì, in termini quantificabili, come i danni erariali, ma anche in termini di danni morali nei confronti dei cittadini. Nel 2005 il caso Belcolle finì sotto la lente della commissione della Camera e del Senato, l'autority si è accorta delle continue varianti, delle perizie, dei progetti di massima. E' come la fabbrica di San Pietro, incompiuta, anzi è un ospedale da terzo mondo. Non risponde neanche ai criteri antisismici. Sogniamo un Dea di secondo livello quando non riusciamo ad avere neanche uno di terzo... Bisogna individuare delle responsabilità, e consentire all'Azienda sanitaria di costituirsi parte civile e chiedere i risarcimenti dovuti. C'è qui il nuovo direttore generale Daniela Donetti: le auguro che riesca a vedere finito il corpo A3, ma credo che se non si romperà la maledizione dovrà far fronte al progressivo disfacimento dei vecchi corpi A1 e A2''.
Poi Fioroni è passato oltre. All'informatizzazione, che oggi è spezzettata in tanti appalti e che dovrebbe essere uniformata per le intere Asl (coincidenza: al tribunale di Viterbo si sta celebrando un processo proprio sui rapporti tra aziende e imprenditori informatici). Alla ricerca dell'efficienza, di un sistema di comunicazione e tracciabilità del paziente uniforme. Al patrimonio delle Rsa e delle cliniche private, ''del quale se continuiamo così ci sentiremo orfani. Abbiamo pochi posti letti pubblici e non facciamo lavorare i privati: il risultato è che il cittadino va a farsi un'ecografia a Terontola, o a Roma, spendendo di suo e gravando anche sulle casse pubbliche''. Qualche illustre proprietario di cliniche in sala avrà gradito, ma anche il cittadino in perenne migrazione sanitaria, c'è da scommettere. E naturalmente anche il riferimento alla lottizzazione: ''I direttori generali sono autonomi e indipendenti. Semmai il problema è altrove: non si può continuare ad assumere un cardiologo perché oggi vota a sinistra, e magari domani voterà a destra'''.
Il sindaco Michelini ha rivendicato il ruolo dell'amministrazione comunale, che può fare poco ma che può fare: ''Abbiamo inaugurato qualche mese fa un punto di assistenza infermieristica al quartiere Carmine. Così si toglie un po' di peso dal pronto soccorso''.
La Donetti, alla sua prima uscita istituzionale, ha ammesso: ''Ci sono ancora margini di efficienza per il nostro sistema aziendale. Sono direttore generale da poco tempo, ma sto continuando il percorso intrapreso dal commissario Macchitella. A partire dalla riduzione della mobilità passiva, che ci costa 119 milioni di euro su 465 totali. Dobbiamo riuscire a far tradurre in pratica dalle nostre strutture le esigenze dei cittadini, a leggerne i bisogni. Dobbiamo investire sulle prestazioni che possiamo offrire, dobbiamo puntare a strutture della dimensione giusta, né troppo grandi né troppo piccole. Dobbiamo prendere correttamente in carico il paziente, curare bene le criticità, evitare che un malato ritorni perché non è stato curato bene, o scappi via: le cure fatte ci costano un sacco di soldi, e non solo in termini di richiesta dei danni. Anche l'approvvigionamento è importante: la spending review deve essere un percorso culturale, e non pesare sulle prestazioni ai cittadni. Detto questo, ci sono cose su cui neanche il direttore generale può incidere, come evitare la chiusura dei piccoli ospedali''.
Da parte del sottosegretario De Filippo, invece, il discorso generale sulle sfide che attendono il Governo Renzi nel settore: ''I numeri, le perdite? Per prima cosa bisogna attappare i buchi, in Regioni come la Sicilia, la Calabria, la Campania, in parte la Puglia. Il Lazio sta venendo fuori, forse uscirà presto dal commissariamento. Quando avremo chiuso i buchi del recipiente e uniformato tutte le realtà del sistema sanitario nazionale, potremmo investire massicciamente. Perché altrimenti i finanziamenti dello Stato sarebbero soltanto antieconomici''.
Uscita del commissariamento evocata anche dal consigliere regionale Enrico Panunzi.