ANNO 16 n° 275
Barricato nell'Agenzia delle Entrate: pomeriggio schock a romano di Lombardia
04/05/2012 - 10:12

Per sei ore ha ripetuto la sua ossessione: «Devo parlare con Mario Monti». Oppure ha giurato di essere in attesa dei giornalisti: «Ho parecchio da dire, ci sono troppe cose che non vanno in questo Paese».

All’apparenza un mattocchio. Col piccolo particolare che il mattocchio aveva un fucile a pompa e due pistole. Armato fino ai denti e turbato da strani pensieri, è entrato nell’Agenzia delle entrate di un paesone della bassa bergamasca, ha passato e ha fatto passare a un impiegato e a un carabiniere un pomeriggio da cani, poi quando è venuto buio si è arreso. Gli hanno messo le manette e lo hanno portato in caserma, lui ha pure ringraziato. Gli hanno chiesto qualche spiegazione, ha chiuso gli occhi senza dire una parola, rovistando in qualche meandro interiore alla ricerca di una spiegazione che non è arrivata.

E’ finita bene, senza morti e senza sangue, con un brigadiere orgoglioso di essere diventato l’eroe di giornata, con l’ostaggio che ha riabbracciato la fidanzata ucraina davanti ai flash dei fotografi, coi reparti speciali dei Gis che se ne sono andati da dov’erano venuti senza doversi esibire in una prova muscolare, coi ragazzini contenti per l’epilogo lieve di quel gran trambusto che per sei ore ha scombussolato Romano di Lombardia. Ma il lieto fine non basta a cancellare l’attualità di un dramma che non è solo umano, ma anche sociale, per certi versi politico. Perché di questi tempi l’immagine di un imprenditore del «Nord produttivo» che naviga in acque limacciose e che all’improvviso entra in un piccolo tempio del prelievo fiscale imbracciando un fucile a pompa non è un’immagine così stonata, o così fuori luogo, e in qualche modo non coglie impreparato nessuno.

Luigi Martinelli ha 54 anni. Vive e lavora in quella parte di pianura padana che sta fra Bergamo e Cremona, Covo il paese in cui abita (da solo dopo essersi separato), Calcio quello in cui è nato, Romano di Lombardia quello dove una cartella esattoriale recapitatagli da poco gli dice di andare per chiarimenti. Una biografia scarna, la sua. Proprietario di un’impresa di pulizie che da qualche tempo è per lo più inoperosa, frastornato da una crisi familiare e da una crisi di lavoro che gli restituisce l’impressione di essere prossimo al soffocamento. Ieri verso le 15 lo vedono salire i cinque gradini dell’Agenzia delle entrate di Romano, in fondo a una piazza che più che una piazza è un grande parcheggio al centro di una di quelle cittadine anonime e uniformi della Bassa lombarda.

Ci sono cinque clienti nei due grandi saloni dell’agenzia. Dietro gli sportelli sei impiegati e altri quattro o cinque negli uffici al piano superiore. Martinelli ha fra le mani un fucile che fa spavento. Lo punta e raccomanda a tutti di non agitarsi, non vuole far del male a nessuno. «Devo parlare con Mario Monti, ci sono troppe cose che non vanno in Italia». Non parla della cartella esattoriale che ha ricevuto, non parla dei suoi debiti con l’erario. Non ha rivendicazioni da fare, o giustizia da reclamare. Ha soltanto la propria esasperazione da ostentare.

I clienti possono uscire, e tre donne che pochi minuti dopo sono al bar del circolo del tennis non hanno neppure l’aria spaventata: «Sembra un tipo innocuo». Pare innocuo anche agli occhi di Carmine Mormandi, calabrese trapiantato al nord da quarant’anni, impiegato dell’agenzia.

Affronta il tipo col fucile in modo deciso, gli fa capire che non ha intenzione di obbedire ai suoi ordini: «E che fai, mi spari?». Quello gli punta addosso l’arma, poi alza la canna verso il soffitto. Il colpo è uno schianto assordante nell’ufficio. E la paura in quel momento diventa terrore. Cinque minuti dopo ci sono i carabinieri fuori dalle vetrine, il brigadiere Roberto Lorini parla a gesti e si fa capire, io entro e tu fai uscire gli ostaggi. E accade. Il carabiniere entra e Martinelli fa uscire i cinque impiegati, compresi quelli che stavano al piano di sopra. Però Mormandi no, Mormandi lo fa stare con loro, così impara.

Nelle sei ore che seguono il brigadiere e il sequestratore parlano, di tutto e di più, confusamente ma tranquillamente. L’impiegato dialoga via sms con la sua compagna ucraina, Tania, che sta fuori, a distanza di sicurezza. Poi arrivano i reparti speciali dei Gis con l’elicottero, il magistrato da Bergamo, altri carabinieri, finanzieri, il responsabile provinciale dell’Agenzia delle entrate. Tutti fuori, acquattati, a cercar di capire quel che succede. Il cellulare di Tania per due volte manda segnali, sono altrettanti sms di Carmine. Il secondo dice così: «Sta finendo, mi tiene sotto controllo». Mezz’ora dopo Martinelli lo fa uscire. Rimane solo il brigadiere, ancora venti minuti a parlottare, poi escono insieme lasciando il fucile e le pistole nell’agenzia. Il carabiniere lo ammanetta e gli sorride. Quell’altro quasi gli chiede scusa. Sono le nove di sera, tutti pensano che è andata bene. Non per Martinelli, che stava male prima, e sta peggio adesso.

ilmessaggero.it






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