ANNO 16 n° 272
Barbie, la bellezza di un ossimoro: una daydreamer che ha davvero realizzato i suoi sogni
Rubrica 'Pubblicittà' a cura di Elsa Berardi
Elsa
20/11/2024 - 16:15
di Elsa Berardi

VITERBO - Il pendolo oscilla tra realtà e fantasia durante ogni singolo giorno dei nostri: nell’età adulta, la transizione è più filtrata, ma da piccini immaginiamo di creare intorno ai sogni dentro un copione invisibile, senza conoscere un margine di sosta. A farla facile, possiamo ammettere che stiamo crescendo. A farla difficile, si dice spesso che si perdano aspirazioni, desideri e una genuina impulsività. Chi la spunta?

Barbie nasce nel 1959 come un’icona camaleontica: una bambola indirizzata alle sole bambine, che aveva il pregio di essere versatile e di non fare da contorno ad altri giochi, ricalcando le mode nel vestiario e nel trucco. La sua tara di ribellione la rendeva indifferente all’imitazione istintiva dell’accudimento, essendo in tutto e per tutto un prolungamento delle sue piccole fruitrici. In sostanza, la Barbie rappresentava chi ci giocava, non un peluche da cullare, esterno al suo estro e alle sue preferenze.

È a questo punto che l’equazione bambola = destinataria di premure ha cominciato a divenire una delle meravigliose alternative possibili, non l’unica chance da proporre alle bimbe. Certo, ci sono Barbie trattate benissimo e riposte maniacalmente, ma è insolito incontrare bambini che le proteggano come un orsetto: è molto più comune percepirle come un modello.

Questa è la cifra del claim di Barbie più recente, “Puoi essere tutto ciò che desideri”, incarnato da uno spot con immagini accurate e accompagnate da toni dolci. Ci sono gruppi di coetanei (scelta assolutamente saggia) che compaiono in alcune istantanee mentre giocano con la Barbie, alternati a momenti che le piccole proprietarie di bambole dedicano a rituali di cura personale, gioco all’aria aperta, contatto con i genitori. Tutto quello che di più bello e sano auspicheremmo per la routine dei bambini.

Il focus, però, è su situazioni già positive – ovviamente migliorabili con il divertimento – e molto simili tra loro, senza discrepanze apparenti, contraddistinte dal rischio di idealizzazione.

La potenzialità principale di Barbie, invece, è quella di essere un tramite per i momenti di formazione: non è la bambola a cui scivola tutto addosso, ma la starlette testarda che, se si risale alle sue radici, è riuscita a emergere in un intrattenimento viziato, quello dominato dalla stilizzazione dell’uomo. Alleluia, una ragazza indipendente!

Non dimentichiamoci che Ken si è affacciato al mercato solo qualche anno dopo la prima Barbie: venduto singolarmente in periodiche imitazioni, non ha mai riscosso un successo degno di nota e continua a non reggere il paragone con la sua concorrente femminile.

Ottima è invece la costruzione dello spot intorno alla bambola come pretesto per legare, quindi come fattore aggregante tra situazioni sì sovrapponibili, ma descrittive di momenti diversi: giochi individuali e giochi collettivi, momenti di beauty-care e spassionati incontri al parco, prime riflessioni e uscite con la famiglia.

Forse non serve un sottofondo straordinario per parlare di attività diffuse, i sensazionalismi non vanno d’accordo con gli intenti promozionali, ma se si può essere tutto ciò che si desidera e si è dotati di risorse infinite, che gusto c’è a sognare di meglio? La risposta ce la dà Barbie stessa: una giovane orgogliosa, bella e appariscente che non ha avuto bisogno di dimostrare teoremi per disvelare la sua grande anima. Nessuno avrebbe scommesso su una così, una uguale a tante, eppure ha sbancato di brutto, perché uguale solo a sé stessa.






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