ANNO 16 n° 274
Azione collettiva per non pagare l'acqua all'arsenico ed ottenere un rimborso
Il Codacons interviene e mette a disposizione dei cittadini gli strumenti legali per difendere i propri diritti

VITERBO - Si è svolto ieri pomeriggio il webinar in cui Codacons, referenti gli Avvocati Marta Perugi e Vincenzo Rienzi, ha presentato le modalità per aderire all’azione collettiva a tutela dei cittadini.

Presenti anche il Professor Matteo Vitali, che si occupa di igiene ambientale, ed il Professor Agostino Messineo. Anche loro hanno mostrato la pericolosità dell’arsenico, “è un elemento che, anche se presente naturalmente nei sottosuoli, ha caratteristiche tossicologiche. Nell’acqua potabile porta ad un esposizione cronica, in quanto assunta tutti i giorni”, afferma il professor Vitali, mentre Messineo espone le azioni di tutela che i comuni dovrebbero mettere in atto “Bisogna capire quali sono i dearsenificatori da usare e come mantenerli”.

La vicenda Arsenico inizia nel 2011, quando viene stabilito che il limite massimo consentito deve passare da 50 a 10 microgrammi/litro. Vengono quindi chieste delle deroghe, esattamente 3 della durata di tre anni ciascuna.

Dopo che la Commissione Europea ha chiarito che non potevano più essere concesse e che quindi fosse necessario rientrare nel limite di tollerabilità dell’arsenico nell’acqua destinata al consumo umano stabilito dalla Direttiva Comunitaria 98/83/CE, pari a 10µg/litro, le Regioni interessate, tra cui la Regione Lazio in primis, si sono attivate in vario modo per trovare una soluzione al problema, in alcuni casi mediante interventi infrastrutturali, più costosi e più lunghi da realizzare, ma certamente più risolutivi, in altri attraverso il ricorso a soluzioni di emergenza che purtroppo, al di là delle dichiarazioni di intenti dei vari politici di turno, non sono riuscite ad abbattere il livello di arsenico nell’acqua.

Ad oggi, infatti, come risulta dai rilievi dell’ARPA, nel Lazio Nord oltre 10 Comuni erogano acqua destinata al consumo umano con valori di molto superiori rispetto a quanto consentito. Sono comunque dati che possono variare, perchè non fissi, soprattutto nei comuni che si avvicinano al limite.

Parrebbe appunto che la Regione abbia abbandonato, dopo aver investito milioni di euro nei piani aventi ad oggetto la realizzazione di interventi infrastrutturali, la soluzione più efficace e solo inizialmente più dispendiosa, per scegliere la strada di più breve termine, ossia l’abbattimento dell’arsenico attraverso l’attivazione di impianti di dearsenificazione che ad oggi si sono rivelati del tutto inadeguati, oltre che estremamente dispendiosi.

Non solo, i cittadini sono stati tenuti completamente all’oscuro dei livelli di arsenico presenti nell’acqua da loro consumata, pur continuando a pagare bollette costosissime.

Per questo, l’Associazione ha presentato un esposto denuncia e nomina di parte offesa con istanza di sequestro alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Viterbo inerente la possibilità che in alcune zone del Lazio, e nello specifico nell’ambito del territorio della competenza della procura adita, si verifichino concentrazioni di agenti inquinanti nell’acqua che potrebbero essere dannose per la salute umana alla luce del nuovo rapporto dell’ISPRA intitolato “Stato delle bonifiche dei siti contaminati in Italia”, che evidenzierebbe come sarebbero 98 i procedimenti in corso per la bonifica di siti contaminati nella provincia di VITERBO.

Per vederci più chiaro il Codacons ha presentato inoltre una istanza d’accesso inviata alla Regione Lazio, all’Autorità d’Ambito Territoriale ATO 1 Lazio Nord – Viterbo e a tutti i Comuni della Tuscia, in cui si chiede di fornire una serie di documenti sul caso.

Nell’atto dell’associazione si chiede in particolare agli enti coinvolti di fornire “gli atti relativi alle comunicazioni fornite alla popolazione in merito alla presenza dell’arsenico nell’acqua e ai rischi per la salute umana, documenti dai quali emergano tutte le opere realizzate per consentire il mantenimento dell’arsenico al di sotto del limite pari a 10 µg/l consentito per legge; atti dai quali emergano tutte le misure messe in campo per impedire ai cittadini il consumo di acqua contaminata”.

L’Associazione, in questa fase, mette a disposizione dei cittadini interessati una istanza di accesso e diffida che verrà inoltrata a tutti gli enti locali, all’Autorità d’Ambito e alla ASL di competenza, oltre a una nomina di persona offesa per segnalare la propria posizione. Seguirà poi un ricorso al TAR del Lazio per ottenere la condanna delle amministrazioni al risarcimento del danno, quantificato forfettariamente in euro 2.000,00 a cittadino.

Tutti i cittadini della Tuscia possono partecipare all’iniziativa dell’Associazione, tesa a sospendere i pagamenti del servizio e garantire un eventuale risarcimento ai cittadini delle zone coinvolte.






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