ANNO 16 n° 275
Avvocati, una professione dove non si guadagna pił come una volta
22/10/2015 - 02:00

Sono lontani i tempi in cui “fare l’avvocato” era sinonimo di ricchezza, di opulenza, di agio sociale. Attualmente sono tanti i giovani avvocati che annaspano in un sistema – decisamente troppo affollato dai concorrenti - che non gli consente di emergere, che li “tartassa” di tasse, che sembra beffarsi del loro lungo e difficile percorso di studi.

Eppure in Italia è boom di avvocati: ce ne sono circa 247.000, il doppio degli avvocati che affollano i Tribunali francesi. E questo numero - già così elevato - è destinato a crescere: si stima che, ogni anno, almeno 14.000 nuovi giovani conseguiranno il titolo di avvocato.

Anche a Viterbo ce ne sono tantissimi, basta vedere le directory dedicate come http://www.avvocati-italia.com/lazio/viterbo/ o l’albo provinciale http://www.ordineavvocativiterbo.it/albo.asp.

Tutto ciò anche se con la professione forense non si guadagna più come una volta. I dati divulgati dalla Cassa forense sono chiari: nel 2011, il reddito medio degli avvocati è stato di circa 47.000 euro l’anno mentre i giovani avvocati under 29 non hanno raggiunto nemmeno i 14.000 euro di reddito annuo. Gli avvocati ricompresi nella fascia 30-34 anni hanno incassato 20.000 euro mentre gli avvocati “più anziani” (si parla di un’età compresa tra i 60 e i 64 anni) hanno raggiunto la quota di 92.000 euro.

Tutto ciò non considerando i 60.000 avvocati che non hanno nemmeno raggiunto la soglia minima annua di 10.300 euro. Ma chi sono questi 60.000 avvocati “poveri” e perché guadagnano cifre così irrisorie? Non è difficile giungere ad un’amara conclusione: sono i giovani avvocati, le nuove leve della professione forense, quelli che – letteralmente e senza troppi giri di parole – “fanno la fame” e, giorno dopo giorno, sono costretti a reinventarsi.

E la colpa di chi è? Come riportato da Panorama, Innanzitutto la colpa principale è del sistema di accesso alla professione. Anni di praticantato generalmente non retribuito (o retribuito con un imprecisato e desolante “rimborso forfettario”) che culminano con un punto interrogativo: l’esame di abilitazione. Ogni anno sono tanti i giovani che hanno terminato il praticantato, costretti a ripetere, per molte volte, l’esame di abilitazione alla professione forense.

Un esame che, in molte città d’Italia, è un vero e proprio “corso di sopravvivenza” dove emerge il più forte (sia fisicamente che psicologicamente). I più fortunati devono attendere un anno (è questo il tempo che i Commissari impiegano per correggere i tre elaborati) per sostenere l’esame orale ed ottenere il famigerato titolo. I più sfortunati, invece, sono costretti a fare i conti con una bocciatura dopo l’altra, a perdere anni e anni di lavoro. E cosa fanno questi aspiranti laureati in attesa dell’esito dell’esame scritto? La risposta è semplice: o restano nello studio in cui hanno svolto la pratica (continuando a non percepire lo stipendio) oppure provano a mettersi in proprio occupandosi di un ristretto numero di cause rientranti nell’abilitazione al patrocinio. Ovviamente continuano a “fare la fame”.

Una volta diventati avvocati, poi, ci pensa la Cassa Forense a depauperare il reddito dei giovani legali. Ricordiamo, infatti, che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha stabilito che tutti gli avvocati che si iscrivono all’Albo vengono automaticamente iscritti alla Cassa Forense (ovvero la cassa di previdenza degli avvocati). Gli avvocati iscritti alla Cassa, dovranno versare un minimo contributivo in misura fissa, quindi indipendentemente dal reddito percepito. Anche coloro che percepiscono meno dei famosi 10.300 euro annui dovranno versare il “contributo soggettivo” alla Cassa Forense. Questo vuol dire depauperare ancora di più il reddito annuo degli avvocati e scoraggiarli dall’esercizio della professione: molti avvocati, infatti, sono costretti a cancellarsi dall’Albo perché materialmente impossibilitati dal pagare il contributo previdenziale.

Tutto ciò porta ad un’amara conclusione: gli unici che potranno esercitare la professione di avvocato saranno coloro che hanno un reddito sufficiente per pagare tutti i costi fissi che un legale deve sostenere ogni anno. Oltre a “contributo” da versare alla Cassa Forense, infatti, ogni avvocato deve sostenere: i costi per l’iscrizione annuale all’Albo, l’assicurazione professionale e tutte le altre spese accessorie.

Dal quadro generale appena emerso, non è difficile comprendere perché attualmente fare l’avvocato vuol dire non guadagnare più come un tempo. Certo, in casi eccezionali, la passione e l’abnegazione per la professione possono aiutare l’avvocato a trascurare questo “piccolo dettaglio”. Ma questo, ovviamente, è un altro discorso…

Ovviamente non tutti sono messi male, c’è sempre una cerchia ristretta di avvocati che guadagna molto molto bene come riportato da Dagospia.






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