

TARQUINIA – Secondo l’accusa dovrebbe scontare circa 20 anni di carcere, ma per i suoi avvocati difensori, durante l’arringa di giovedì mattina, si tratta solo di un ''ingenuo che ha fatto delle amicizie sbagliate'' e che gli appartenenti del clan definivano ''il ciccione a cui fottere i soldi perché è uno scemo''. Si tratta di Omar Costi, imprenditore reggiano di 43 anni, coinvolto non solo nel più grande processo contro la ‘ndragheta nel Nord Italia, ma anche accusato, insieme ad altri, di tentata estorsione aggravata nei confronti dell’imprenditore di Tarquinia Andrea Cesarini.
I guai per Cesarini risalgono al 2014 quando l’inchiesta Octopus della guardia di finanza di Reggio Emilia scoperchia un vorticoso giro di fatture false nel quale finisce nel registro degli indagati, tra altre 40 persone, proprio il tarquiniese, allora proprietario di un’attività commerciale all’ingrosso di cellulari con forti sconti. Nel 2016 poi l’imprenditore viterbese, con le lacrime agli occhi, denunciò in aula che era finito sul lastrico proprio a causa di Omar Costi verso il quale aveva un debito di 400mila euro.
Una somma importante per la quale Cesarini, sotto presunte minacce, è stato costretto a pagare parte della cifra in contanti, parte con assegni oltre a cedere la sua macchina, una Lamborghini della quale denunciò il furto per non destare sospetti.
I legali di Omar Costi però chiedono l’assoluzione piena del loro assistito perché ''Cesarini non è certo uno stinco di santo data la sua implicazione nell’inchiesta Octopus dunque le sue dichiarazioni vanno sottoposte a un rigoroso vaglio critico''. In aula poi gli avvocati hanno sottolineato che nessuna denuncia per estorsione è mai stata presentata da Cesarini ''ma non perché aveva paura, come facilmente sostiene l’accusa, bensì perché Costi vantava un credito vero''.