

“Acquapendente come Sagunto” è l’incipit della lettera aperta a firma di alcuni cittadini aquesiani fatta circolare nel pomeriggio di Lunedì in tutti gli esercizi commerciali aquesiani.
Frutto di una presa di posizione apolitica ed apartitica, ha come oggetto l’Ospedale di Acquapendente.
“Nel 219 a.c.”, si sottolinea nella stessa, “Annibale, dopo otto lunghi mesi di assedio, rase al suolo la Città di Sagunto, cospargendola di sale. La storia si ripete a distanza di millenni. Se non si è accorti e non si trova il coraggio di reagire di conseguenza.
Mentre a Roma si discuteva tergiversando, senza prendere decisioni, l’Ospedale di Acquapendente viene espugnato. Sentiamo la responsabilità di richiamare all’attenzione di tutti i cittadini: giovani, donne, bambini, anziani, la vicenda dell’ospedale aquesiano. Mai come in questo momento c’è bisogno di un grande sforzo collettivo, solidale e ragionato, perché chi vive ad Acquapendente dell’Ospedale ha bisogno come del pane, in quanto nell’emergenza vera tutti, nessuno escluso, ricco o povero, vecchio o giovane può avere salva la propria vita solo c’è l’Ospedale.
Molte persone devono la vita all’Ospedale di Acquapendente e sarebbe un guaio aspettare che succeda una disgrazia per rendersene conto sino in fondo.
L’atto aziendale predisposto dalla ASL, ancora all’esame della Regione, non tiene conto dell’ubicazione geografica del territorio di Acquapendente: una vasta area interregionale e di margine che costituisce il confine di tre Regioni: Lazio, Umbria e Toscana; quattro provincie: Viterbo, Grosseto, Terni, Siena e undici Comuni.
In questa vasta area c’è il punto più a nord del Lazio che è costituito da Trevinano e dalla Riserva Naturale di Monte Rufeno, equidistante da Siena, Viterbo e Perugia, a una distanza di circa 75 Km e a più di un’ora e mezza di percorrenza. Tale ubicazione geografica peculiare è unica in Italia e proprio di per sé si configura come tipica area di margine e di emergenza sanitaria, a partire da quella ostetrico-ginecologica.
In questi ultimi giorni, come un’atto d’imperio, da parte del Direttore Generale della Asl Adolfo Pipino è stata chiusa l’Unità Operativa di Chirurgia e dovrebbe seguire a breve il ridimensionamento del Pronto Soccorso a Primo soccorso a giù a seguire.
In questo momento sociale ed economico molto difficile, è indispensabile lo sforzo di tutti: il comitato pro-ospedale, le associazioni, i partiti politici, i sindacati, le scuole, le cooperative, le imprese, le organizzazioni, i commercianti, gli agricoltori, il volontariato, i giovani, le donne, il mondo religioso, gli anziani e la società civile tutta, si stringano attorno al nostro Sindaco, alla Giunta ed all’intero Consiglio Comunale, dove dopo tanti anni ritorna un’opposizione attenta.
Chiediamo al Direttore Generale l’immediato ritiro dell’atto deliberativo di soppressione dell’Unità Operativa di Chirurgia, in quanto viziato di illegittimità, di abuso di potere ed in pieno disprezzo della salute e della vita dei cittadini di questa zona.
Chiediamo alla Regione Lazio che ancora una volta non può sottrarre i posti letto ai territori dove sono sottostimati a tutto vantaggio della Capitale e che ad Acquapendente venga riconosciuta la propria specificità territoriale con la creazione del Distretto e Ospedale Montano, conferendole una maggiore autonomia anche finanziaria.
Saremo Noi, insieme al Comune, ai Comuni limitrofi compresi quelli dell’Umbria e della Toscana a stabilire nelle pieghe delle leggi ciò di cui abbiamo bisogno e sapremo farlo bene ed in maniera oculata, perché quello che ci spinge non sono né vantaggi privati, né politici, ne tanto meno motivo di creare zizzania, ma spinti dal bisogno di vedere riconosciuti i nostri diritti irrinunciabili alla salute, alla vita e ad uno sviluppo economico e sociale in equilibrio con il territorio, anche in considerazione del fatto che l’Ospedale è la nostra maggiore fabbrica e produce salute.
E per concludere vogliamo ritornare alla storia. Questa volta Roma non potrà cospargerci di sale, come fece Annibale con Sagunto. Casomai faremo noi la “marcia del sale”.