ANNO 16 n° 272
''Acqua non conforme
a standard, c'č anche
una responsabilitā civile''
30/09/2013 - 16:58

di Domenico Savino

VITERBO – ''La sentenza che obbliga la Talete a risarcire il danno da erogazione di acqua non potabile ha affermato il principio per cui alla diminuzione degli standard qualitativi ci sia una responsabilità civilistica''. L’avvocato Massimo Pistilli spiega così l’esito della sentenza di primo grado emessa dal giudice di pace di Viterbo Leonardo Colonnello che ha condannato la Talete a risarcire tre cittadini di Capranica nella misura di mille euro ciascuno e un taglio del 50% della bolletta. In tal modo si apre una breccia per tutti gli imprenditori e gli artigiani che hanno sostenuto le spese per acquistare gli impianti di dearsenificazione nelle loro attività.

''La causa che ha intentato lo studio Pistilli rappresenta una svolta storica – commentano Bruna Rossetti di Confcooperative e Luigia Melaragni di Cna -. In questo modo tentiamo di stare vicino alle nostre imprese che non possono continuare a sostenere una situazione che diventa ogni giorno sempre più complessa. Gli imprenditori sono costretti a comprare gli impianti che richiedono controlli continui, sono necessarie analisi in laboratori accreditati dalla Regione che costano cento euro a trimestre e la pulizia dei filtri va fatta una volta l’anno e anche questa ha un costo non indifferente. Le imprese vogliono giustizia e la speranza è che in questo modo ci possano riuscire”.

Pistilli spiega anche come si è arrivati alla sentenza che comunque è di primo grado, pertanto non definitiva: ''Abbiamo cercato di stabilire un rapporto fra utente privato e Talete o i Comuni per alcune zona della provincia. La sentenza fissa un principio importantissimo cioè interviene su una controversia civile. La somma che si paga per l’acqua è un canone. Noi non discutiamo la tariffa, quanto ci soffermiamo sull’inadempimento, cioè nel momento in cui l’acqua non è potabile il contratto non viene rispettato per una logica di fornitura che sia paritaria tra fornitore e utente. Quindi il pubblico quando risponde all’utenza lo deve fare così come avviene tra privati. E’ stata erogata acqua non conforme a certi standard per cui è possibile fare delle cose e non farne altre. Il corrispettivo va ridotto proporzionalmente per quelle cose che con quell’acqua non si possono fare cioè bere e inserirla nel ciclo alimentare''.

Il legale chiarisce lo scopo dell’azione: ''Si tratta di motivi sociali: innanzitutto non vogliamo che le imprese sopportino ulteriori costi che non meritano e per quanto riguarda gli utenti far comprendere che non è così che si amministra. Talete e Ato non sono a rischio perché gli utenti chiedono una gestione moderna. Sono a rischio perché in quindici anni di deroghe non è stato fatto nulla e ai dearsenificatori si doveva pensare per tempo. E’ questa la responsabilità''.

L’avvocato Riccardo Catini, l’altro legale che si occupato della vicenda, specifica che ''per le aziende è più semplice dimostrare il danno. La normativa europea prevede che l’acqua è alimento sia in quanto tale sia quando è utilizzata nel ciclo produttivo. Dunque se vale tale principio quell’alimento deve avere delle caratteristiche e le imprese sono obbligate a fare il tracciato degli alimenti. Nel momento in cui l’acqua è fuori parametro, le imprese sostengono dei costi perché chi la eroga non rispetta gli standard e hanno diritto ad essere risarcite''.






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