


VITERBO – È giunto alle battute finali il processo a carico dell’operatore socio sanitario trentenne arrestato il 9 ottobre 2018 dalla squadra mobile di Viterbo, dopo le denunce presentate da alcune pazienti ricoverate nel reparto psichiatrico di una casa di cura del capoluogo.
Nel corso dell’udienza di ieri, il pubblico ministero Paola Conti ha chiesto per l’imputato una condanna a nove anni di reclusione, al termine di una requisitoria definita durissima e dettagliata, davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi.
L’inchiesta era partita l’11 settembre 2018, in seguito alla prima denuncia sporta al commissariato di Tarquinia da una delle presunte vittime. Complessivamente sono quattro le donne coinvolte: tre hanno denunciato direttamente i fatti, due si sono costituite parte civile, mentre una quarta è stata sentita come persona offesa.
Secondo quanto emerso, le tre donne chiamate a testimoniare sono state giudicate capaci e attendibili sulla base delle perizie disposte, nonostante una di loro abbia rifiutato la valutazione psichiatrica. Le loro condizioni personali – da disturbi alimentari a depressione o a pregresse situazioni familiari violente – avrebbero reso, secondo l’accusa, ancora più grave l’eventuale condotta contestata all’operatore, che avrebbe approfittato della loro “minorata difesa” legata sia alle patologie sia allo stato di ricovero.
Il pubblico ministero ha definito “lucide, coerenti e concordanti” le ricostruzioni delle presunte vittime, riferite in più interrogatori condotti separatamente. Le accuse includono palpeggiamenti e atti sessuali più gravi, che l’imputato avrebbe compiuto o imposto alle pazienti.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Marco Russo, che da anni sostiene l’innocenza dell’operatore, esporrà le proprie argomentazioni nella prossima udienza. La sentenza è attesa per marzo, salvo ulteriori rinvii.