

di ARNALDO SASSI
VITERBO - Una elementare legge della fisica stabilisce come ad ogni forza che si attiva verso una qualsiasi direzione ne corrisponda un’altra, uguale e contraria, che spinge nella direzione opposta. Il principio, di per sé banale per la sua semplicità, può forse essere applicato a quanto sta accadendo nel palazzo di Giustizia viterbese, dove da qualche anno a questa parte è in essere una super attività da parte della magistratura inquirente, impegnatissima a portare alla luce soprattutto i reati contro la pubblica amministrazione. Un’attività che in questo ultimo lustro ha portato alla scoperta di un vero e proprio sistema di collusione tra politica e affari, capace di alterare quello che in genere viene chiamato il libero mercato, basato soprattutto sulla concorrenza.
Ora, scremando sulle posizioni personali di coloro che si trovano, o si sono trovati, coinvolti nelle varie inchieste giudiziarie (posizioni sulle quali sarà e dovrà essere solo il Tribunale a pronunciarsi), va però detto che quanto venuto alla luce ha di fatto infranto l’immagine di una Viterbo città tranquilla e paciosa, dove tutto fila liscio e nessuno ha motivo di esprimere doglianze di alcun tipo. Certo è che, andando a ritroso nel tempo, per scovare qualche altro scandalo degno di nota, bisognerebbe far riferimento alle tangenti per la discarica di Tarquinia, al “buco” miliardario (allora c’erano ancora le lire) della Carivit di Giancamillo Beraneck e all’appalto per la realizzazione dell’ospedale di Belcolle, agli inizi degli anni ’90. Ma questa era roba della prima repubblica.
Viterbo ha poi vissuto un decennio di assoluta calma piatta, dove però – stando a quello che è venuto e sta ancora venendo fuori – il fuoco covava, eccome, sotto la cenere. Un decennio che ha visto radicarsi sempre più rapporti border line tra la classe dirigente della città, una larga parte dell’imprenditoria locale e alcune categorie di professionisti, tra le quali va inserita anche quella di certi organi di stampa, pronti a sostenere tesi di comodo, ovviamente dietro adeguata sponsorizzazione.
Tutto ciò è potuto accadere perché a un certo punto si è avuta la sensazione che tutto fosse possibile, nella certezza dell’impunità assoluta. Una sensazione che pian piano è diventata convinzione, stante l’assenza di qualsiasi controllo. Sicché nel 2007 provocò un vero e proprio shock – e molte reazioni scomposte – l’apertura dell’inchiesta sulle mense scolastiche comunali, considerata quasi un reato di lesa maestà nei confronti del manovratore di turno. E nessuno comprese che quello era solo l’inizio. Perché ad essa seguirono quella sul Cev, quelle sui rifiuti, quella sulla Asl e l’ultima sugli appalti truccati, tanto per citare le più famose. Segno evidente che l’aria era cambiata e che l’epopea di una Giustizia disarmata era definitivamente andata in soffitta.
Oggi siamo al si salvi chi può. E all’impossibilità di amministrare con serenità, giacché è la paura (soprattutto di finire in carcere) a farla da padrona. Ma la magistratura non può, né deve essere la soluzione a tutti i problemi. Serve uno sforzo anche da parte della politica, che a Viterbo ha un estremo bisogno di purificarsi. A primavera ci sono le elezioni per palazzo dei Priori: i partiti, tutti, facciano uno sforzo, evitando di riproporre i soliti noti che si fanno eleggere soprattutto perché devono curare i loro interessi personali. Anche se poi l’ultima parola spetta al cittadino, quando si reca nella cabina elettorale. Chiaro?