


di Paola Pinardi
FABRICA DI ROMA – Fino a che punto una Pubblica Amministrazione può utilizzare i canali social ufficiali come se fossero un salotto privato? È la domanda che sorge spontanea dopo l'ennesimo caso di 'censura digitale' che ha colpito un cittadino di Fabrica di Roma, colpevole soltanto di aver espresso un’opinione non allineata a quella della giunta comunale.

I fatti si sono svolti sulla pagina Facebook ufficiale utilizzata dal Comune per diramare avvisi alla cittadinanza. A seguito di un confronto – dai toni assolutamente civili ed educati – con il Sindaco, una cittadina si è vista improvvisamente 'bannare' e bloccare dal profilo dell'ente pubblico. Il motivo? Aver ricordato agli amministratori un principio democratico basilare: che sono pagati con i soldi dei contribuenti, mandati in Comune per rappresentare la comunità e che non possono trattare i cittadini con arroganza o ignorarli, perché se la cittadinanza si arrabbia 'per loro finisce la pacchia' (chiaramente intesa come consenso elettorale). Un giudizio politico aspro e un forte richiamo alla responsabilità, certamente, ma che rientra pienamente nei confini del legittimo diritto di critica garantito dall'Articolo 21 della nostra Costituzione.
Il paradosso e la gravità di questa misura di 'silenziamento' si sono manifestati concretamente proprio oggi. Quando il Comune ha pubblicato sulla propria pagina un avviso fondamentale di pubblica utilità – l'interruzione del flusso idrico con l'invito a 'fare scorta d'acqua per domani' – la cittadina bloccata non ha potuto leggere l'allerta. Solo grazie alla condivisione dello screenshot da parte di altri residenti in un gruppo locale ('Fabrica Di Roma = Cittadinanza attiva') è potuta venire a conoscenza del disservizio, pur restando nell'impossibilità di accedere alla fonte ufficiale.
Si tratta di un precedente preoccupante. Negare a un cittadino l'accesso alle informazioni di servizio e di pubblica utilità (allerta meteo, guasti idrici, modifiche alla viabilità) per ragioni di ripicca politica non è solo un dispetto personale: configura una potenziale interruzione di un pubblico servizio d'informazione e una violazione del dovere di imparzialità a cui la Pubblica Amministrazione è tenuta per legge (Art. 97 della Costituzione).
La giurisprudenza in Italia si è già espressa chiaramente in merito: le pagine social dei Comuni e degli enti pubblici non sono profili privati. Sono considerate 'piazze virtuali' dove si esercita un servizio pubblico. Di conseguenza, nessun amministratore ha il diritto di censurare il dissenso o eliminare gli utenti 'scomodi', a meno che non si scada in insulti, minacce o diffamazioni (circostanza totalmente assente in questo caso).
Utilizzare il tasto 'ban' per silenziare chi critica e tenere visibili solo i commenti di elogio o di assenso significa falsare il dibattito democratico e confondere la comunicazione istituzionale con la propaganda politica.
Ci si chiede se il Sindaco e gli amministratori di Fabrica di Roma siano consapevoli che la pagina che gestiscono è dei cittadini e non della maggioranza di turno. Il diritto all'informazione e alla libera manifestazione del pensiero non può essere revocato con un clic da chi, temporaneamente, siede sulla poltrona di un palazzo pubblico.