

VITERBO – Il cadavere di una giovane donna è stato trovato alle 14,10 di ieri pomeriggio a Lubriano nel garage della sua abitazione, in località Camporena, a Lubriano.
A trovare il suo corpo esanime, appeso alle travi del soffitto con una corda stretta al collo, sono stati i suoi genitori, che hanno subito tentato di sollevare il corpo della loro amata figlia per allentare la morsa. Ma inutilmente, perché lei era già morta. Immediato, tra urla strazianti e disperate, è scattato l’allarme al 112: in pochi istanti sul posto sono giunti i carabinieri di Bagnoregio, guidati dal maresciallo Calisto Panico.
Poco più tardi l’arrivo degli operatori sanitari del 118 e del medico legale che, purtroppo, non ha potuto fare altro che constatare il decesso della giovane. S.C., queste le sue generalità, aveva trent’anni. Il decesso è stato causato da “impiccagione” e l’autorità giudiziaria non ha disposto l’esame autoptico: la salma è già a disposizione dei genitori che, adesso, dovranno organizzare i funerali della figlia. Sul drammatico caso di cronaca indagano i carabinieri ma, per il momento, non si conosce il motivo che abbia spinto S.C. a compiere un gesto tanto estremo mettendo fine alla sua giovane vita.
I militari, dopo aver svolto un accurato sopralluogo nel garage teatro della tragedia e nell’abitazione che S.C. condivideva con i suoi genitori (nella sua camera da letto in particolare), hanno ascoltato i familiari e alcuni amici. Stando a quanto si è appreso, pare che la giovane negli ultimi tempi fosse un po’ depressa, ma non è ancora stato reso noto se abbia lasciato lettere per spiegare le motivazione del gesto. Si sa però, con certezza, che la giovane era disoccupata.
Poco meno di un mese, un dramma analogo si era consumato in una bella villetta nei pressi del lago di Vico: un ragazzo di Roma, in vacanza a Ronciglione con la famiglia, si era impiccato anche lui al ramo di un albero dopo essersi lasciato con la fidanzatina. Studiava violino al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma.
A trovare il figlio impiccato all’albero era stato la madre: le sue urla avevano richiamato l’attenzione del marito (un veterinario funzionario di una Asl romana) e di altri parenti, che avevano immediatamente sollevato il ragazzo per allentare la stretta al collo. Il padre aveva anche tentato di rianimarlo praticandogli un massaggio cardiaco e la respirazioni bocca a bocca: quando era stato liberato il sedicenne, a differenza di S.C., era ancora vivo. Ma sarebbe morto pochi istanti dopo il ricovero in ospedale.