ANNO 16 n° 136
'Crisi della nocciola: 22mila ettari di noccioleti stanno morendo ma la politica continua a tacere'
Fernando Monfeli, presidente di Asta, critica le scelte di Governo: 'Noi agricoltori siamo stati lasciati soli'
16/05/2026 - 07:04

 

CAPRAROLA - Mentre i riflettori della politica nazionale si accendono prontamente sulle crisi della grande industria, esiste un’area di crisi altrettanto profonda, ma colpevolmente ignorata: quella della nocciola della provincia di Viterbo. I numeri parlano di un comparto che rappresenta la spina dorsale della Tuscia, con oltre 6.300 aziende coinvolte, circa 22000 ettari coltivati e migliaia di lavoratori coinvolti tra imprenditori, operai e operatori dell’indotto. Ognuno di noi, giorno dopo giorno, lotta contro un declino produttivo senza precedenti. Eppure, nonostante le grida d’allarme sollevate dal territorio, il Governo sembra aver scelto la via del silenzio, assistiamo di fatto all’applicazione scientifica di due pesi e due misure per affrontare le crisi. Il confronto con le crisi industriali è impietoso e rivelatore. Ad esempio, quando il colosso Electrolux ha manifestato segnali di sofferenza, la macchina istituzionale si è messa in moto con tavoli tecnici, garanzie occupazionali e un’attenzione mediatica costante.

 

È giusto tutelare l'industria, ma perché la stessa solerzia non viene applicata agli oltre 22.000 ettari di noccioleti che stanno morendo? I produttori di nocciole viterbesi non stanno chiedendo privilegi, ma supporto contro eventi che sfuggono al controllo umano: gelate tardive, distorsioni del mercato e l'invasione della cimice asiatica. Ignorare questo appello significa condannare la seconda voce della produzione lorda vendibile della provincia a un lento e inesorabile declino. Davanti a questa indifferenza, sorge spontaneo un interrogativo amaro sulla considerazione che la politica ha oggi del settore primario. Nella scala delle priorità sociali, l'agricoltore sembra essere scivolato in fondo. Arrivati a questo punto, in cui le disparità di trattamento si sono manifestate in tutta la loro durezza, ci domandiamo se, nella percezione delle sfere governative apicali, chi lavora la terra sia ancora considerato un cittadino con pieni diritti o se non si stia tornando a una visione anacronistica, simile a quella dei servi della gleba nel medioevo: figure indispensabili per il sostentamento della Nazione, ma invisibili e prive di voce quando si tratta di ricevere tutele e dignità. Il grido di allarme della Tuscia non è solo una richiesta di risoluzione di una crisi ormai cronica, è una richiesta di rispetto per migliaia di famiglie che non accettano di essere il 'sacrificio necessario' sull'altare di una politica che guarda solo alle grandi aziende, è l’applicazione di quel principio di uguaglianza che è fondamento di ogni democrazia e mentre la politica si appropria di espressioni altisonanti come sovranità alimentare per firmare decreti e ribattezzare ministeri, sul terreno della Tuscia la realtà è ben diversa. Questa dicitura si svuota di ogni significato di fronte alle migliaia di famiglie lasciate sole. La vera sovranità non si scrive sui documenti governativi: si difende garantendo dignità, tutele e risorse concrete a chi, con la propria fatica, mantiene viva la terra e realizza la vera sovranità alimentare.

 

Il Presidente Fernando Monfeli






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