

di Mr. Alpha
VITERBO - Un colosso in declino. Gap, catena d’abbigliamento americana, è sull’orlo di una crisi senza precedenti. Salita all’apice del successo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, oggi l’azienda di San Francisco è giunta alla triste conclusione che per far quadrare i conti è necessario, se non fondamentale, ricorrere ai ''tagli''. Aziendali e non, purtroppo, quelli riservati ai tessuti.
Di quasi 700 negozi sparsi in tutto il mondo, Gap entro la fine del 2015 chiuderà circa 175 punti vendita che si andranno ad aggiungere ai 190 chiusi già nel 2011. Analisti finanziari hanno stimato che questa drastica manovra porterà una riduzione di circa 300 milioni di dollari nel giro d’affari dell’azienda.
Se negli anni passati Gap aveva fatto della semplicità e della sobrietà il proprio motto stilistico, oggi in un mercato sempre più complesso e popolato tutto ciò non basta più. L’avvento dello shopping online e la facilità con cui le nuove generazioni riescono a scoprire nuovi brand e nuove mode ha definitivamente decretato la ''fine'' (commerciale) di chi da sempre aveva puntato sul classicismo dei pantaloni Khaki e delle camicie botton down.
Nata nel 1969 a San Francisco, Gap inizialmente aveva un solo punto vendita in Ocean Avenue dove si vendevano dischi e jeans della Levi’s. Solo successivamente il fondatore del brand Donald Fisher decise di puntare su di una linea ed un marchio proprio. Dopo l’espansione in terra americana Gap iniziò, ovviamente, l’ascesa in Europa tanto da arrivare ad aprire pochi anni fa un grande monomarca sviluppato su più piani in via del Corso a Roma. Altri punti vendita sono stati inaugurati a Milano, Torino ed altre città italiane.
Nel corso degli anni il gruppo ha ampliato la propria offerta commerciale grazie all’acquisizione di altri marchi giovanili famosi negli Usa come Banana Republic, Old Navy, Piperlime e Athleta. Nonostante la crisi che sta affrontando in questi mesi Gap Inc. rimane il primo gruppo di abbigliamento degli Stati Uniti eil secondo al mondo preceduto solamente dalla Inditex (Zara, Massimo Dutti, Pull & Bear).
La speranza è che la nuova manovra finanziaria adottata da Art Peck, Chief Executive del gruppo, riporti l’azienda nella dimensione giusta per un mercato in continuo cambiamento. Lo sperano soprattutto gli oltre 141 mila dipendenti della compagnia.
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